Un'analisi accurata e critica della vicenda della gipsoteca dell'Accademia di Belle Arti di Carrara firmata dal professor Giovanni Chiapello, docente dell'ateneo carrarese: "In questi giorni ho appreso dai giornali con profondo stupore e grande rammarico che la gipsoteca dell’Accademia non andrà a Palazzo Rosso in via di restauro, come promesso e atteso da anni. A costo di risultare un po’ noioso vorrei riassumere la storia di questa gipsoteca perché immagino che a molti miei concittadini l’argomento risulti sconosciuto o quasi. Devo fare subito una precisazione estremamente importante: nelle scuole d’arte, da sempre, si usano calchi di sculture come modelli su cui far esercitare gli studenti nel disegno e nel chiaroscuro, i cosiddetti “gessi”. Ma i gessi della gipsoteca dell’Accademia di Carrara a cui mi riferisco non sono questi: l’Accademia possiede un numero considerevole di esemplari storici, alcuni donati personalmente da Antonio Canova che intratteneva con Carrara rapporti artistici e commerciali, altri ancora sono prove d’esame degli studenti o prove dell’attività di studio e formazione svolta a Roma da costoro presso i grandi maestri dell’epoca, in particolare il danese Bertel Thorvaldsen e il nostro concittadino Pietro Tenerani. Ogni anno gli studenti più meritevoli, in trasferta per studio a Roma, dovevano mandare alla scuola carrarese il calco in gesso di una loro opera, a testimonianza del lavoro svolto e dei progressi conseguiti nello studio dell’arte durante la loro permanenza nella città eterna, a seguito dell’istituzione, all’Accademia di Carrara, del cosiddetto “Premio Roma”, dietro impulso di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone e moglie di Felice Baciocchi principe di Lucca. Queste sculture in gesso sono pezzi unici e appartengono all’Accademia di Belle Arti di Carrara.
Nel 1980, l’amico Renato Carozzi mi chiese di dargli una mano nel tentativo disperato di salvare quello che rimaneva della gipsoteca dell’Accademia locata nella sede di Monterosso e destinata a distruzione certa anche perché soggetta alle intemperie e all’incuria umana oltre ad una malcelata avversione “culturale” che in quel determinato momento storico portava a considerare inutile ciarpame la cosiddetta “arte accademica” delle cui testimonianze la nostra Accademia era, per ovvi motivi, custode. Ricordo che in un pomeriggio autunnale i camion trasportarono quei poveri gessi in quello che ora è il garage sotterraneo dell’ex mercato coperto, all’angolo tra le vie Carriona e Cavour. A differenza del sottoscritto, giovane iscritto al corso di Pittura dell’Accademia, Renato Carozzi aveva già finito gli studi ed aveva avuto modo di conoscere da vicino il patrimonio dei gessi, su cui esisteva anche una tesi di laurea di Piergiorgio Balocchi. Fortunatamente nel 1981 si tenne la terza edizione della Triennale Internazionale di scultura intitolata “Scultura, Marmo, Lavoro”, curata da Mario De Micheli, che decise di inserire tra le mostre legate all’iniziativa e nel relativo catalogo, il recupero di ventisette sculture in gesso e dieci busti della gipsoteca, restaurati previo finanziamento ad hoc. Magicamente, alcuni di coloro che fino a quel momento proponevano di distruggere i “vecchi” gessi e rifarli nuovi (frase sentita con le mie orecchie anche se l’idioma usato non era né l’italiano né il nostro dialetto, bensì quello di una rinomata cittadina della provincia limitrofa), sentendo parlare di finanziamento divennero strenui fautori del restauro e comunque, il destino volle che un primo nucleo di opere, opportunamente individuate da noi tra le più significative della collezione, venisse salvato dal massacro e riportato all’antico splendore.
Agli inizi degli anni ‘90, in occasione di una seconda campagna di restauro, Renato Carozzi e la dott.ssa Severina Russo scrissero il catalogo completo della gipsoteca. Nel corso degli anni successivi, sempre sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza, l’Accademia proseguì coi propri docenti nell’opera di restauro, anche in concomitanza con le mostre “D’apres Canova” (2011), “Il tempo di Elisa” (2012), “L’Accademia e il suo patrimonio” (2014), e le opere trovarono una collocazione provvisoria nei vari uffici o aule accademiche oppure a Palazzo Binelli, pur rimanendo sempre in attesa di una collocazione definitiva in una gipsoteca che avrebbe dovuto essere, come promesso dall’allora sindaco di Carrara, Angelo Zubbani, nella sede di Palazzo Rosso (quando restaurato).
Ed eccoci all’oggi. Il restauro dell’edificio è quasi completato e si scopre dalla stampa che esso avrà benaltre destinazioni d’uso e, soprattutto non accoglierà la gipsoteca, senza indicare soluzioni alternative, o peggio sì, quella di utilizzare le sculture per “adornare” spazi più o meno privati sparsi per la città. Sarei curioso di sapere a quale esperto in museologia si è rivolta l’amministrazione comunale prima di “partorire” questa balzana idea, augurandomi che la Soprintendenza non dia mai il suo nullaosta. E ancora, leggo che Carrara è stata nominata Capitale toscana dell’Arte Contemporanea, nonostante abbiamo sul territorio comunale un fulgido esempio di sfregio perpetrato nei confronti dell’arte contemporanea stessa. Mi riferisco al museo ambientale della Padula, del quale alcuni nostri illuminati amministratori a quanto pare ignoravano l’esistenza fino al marzo scorso quando, finalmente, eminenti studiosi arrivati da lontano hanno spiegato loro l’importanza di artisti come Sol LeWitt, Mario Merz, Claudio Parmiggiani, Robert Morris, Ian Hamilton Finlay, Dani Karavan, Luigi Mainolfi, Anne e Patrick Poirier (spero di averli citati tutti), presenti alla Padula con le loro opere.
Tornando alla gipsoteca, non mi è del tutto chiaro se si tratta anche in questo caso di ignoranza o di arroganza, oppure di entrambe le cose. Penso che avendo a disposizione una simile ricchezza, sarebbe opportuno, se non del tutto doveroso, adoperarci per trovare una sede prestigiosa e intorno ad essa andare ad articolare un progetto di recupero della memoria collettiva, sempre che non sia ormai troppo tardi. Fuori da ogni retorica, è indubbio che il DNA di noi carrarini è strettamente connesso alla onnipresenza del marmo. Chiedo: quale famiglia del nostro territorio non ha avuto o non ha al proprio interno qualcuno coinvolto con la lavorazione o il commercio del marmo?
Il mio nonno materno, Tunin, faceva le cosiddette “bocche da forno”, ovvero le lapidi per il cimitero ed io, da bambino, passavo le ore guardandolo all’opera e “aiutandolo” mentre le lucidava a mano con la pietra pomice e il “Poten”. Forse anche dalla fascinazione per questo fare magico che trasformava un sasso bianco in una rosa, in una catena spezzata, in nomi di sconosciuti che grazie al maestro Manzi avevo imparato a leggere, che è nata in me, bambino degli anni ‘60, la curiosità e poi l’amore per l’arte che mi ha permesso di studiare prima al Liceo Artistico cittadino, poi all’Accademia di Belle Arti per poi in seguito insegnare in scuole di ogni ordine e grado, fino all’Accademia. Una piccola storia che ben conosco e che potrebbe, perché no, realizzarsi anche per altri.
Girando il mondo, mi è capitato di vedere in piccoli centri dolomitici persone comuni, semplici abitanti del posto, abbellire con vasi di fiori le stradine del paese anche ben più in là della propria abitazione: un gesto semplice, ma indicativo di un forte senso di appartenenza, di attaccamento alla propria terra, alle proprie radici. Ed è forse, dico forse, questo che ci potrebbe salvare dai massacri del sabato sera, dalle bottigliate in piazza Farini o nel centro storico, dalle piazzole trasformate in discariche, dai marciapiedi divelti, dalle strade dissestate modello Beirut 1979, dai cassonetti malpuliti e maleodoranti (e poco svuotati), dalle merde di cani per strada (ma anche di persone, come ho più volte documentato sulla mia pagina FaceBook), dalle orrende “Ballerine” nelle rotonde stradali.
E dato che siamo apuani e le nostre montagne hanno molto di dolomitico, mi trovo a chiedere, perché non si fa anche da noi? Perché non siamo in grado di gestire la cosa pubblica, che è di tutti, come se fosse una cosa che ci appartiene? Ma gli amministratori non lo vedono il lerciume alla base del “Cavallino” di Dazzi davanti all’Esselunga, o quello che accumulandosi da anni nella fontana di piazza d’Armi impedisce alla palla di girare? Risparmio di argomentare sullo scempio del Politeama o sull’ecomostro all’uscita dell’autostrada, evidentemente un punto nevralgico data la convivenza dello scheletro dell’hotel mai costruito con la già citata “Ballerina”, quasi un biglietto da visita della città, o forse un monito, per le miriadi di visitatori che verranno a visitarci: “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”. Siamo la Capitale toscana dell’Arte Contemporanea, ma i turisti troveranno chiusi i (pochi) negozi rimasti in città, nessun bagno pubblico decente e disponibile, transenne e cantieri ovunque, strade impercorribili, servizi quasi inesistenti, e dopo lo sconcerto cercheranno consolazione andando a cena, a Sarzana o a Pietrasanta.









