Ho deciso di scrivere questo articolo per loro: le donne e gli uomini delle forze dell'ordine che sabato a Milano si sono trovati davanti una piazza trasformata in campo di battaglia.Per ore hanno subito un assalto continuo. Sassi, transenne, bottiglie e bombe carta hanno colpito agenti in tenuta antisommossa che avevano un solo compito: garantire una piazza dove migliaia di cittadini volevano protestare in modo pacifico. Secondo le ricostruzioni, i giovani sfruttavano l'ampiezza di piazza Duomo per attacchi improvvisi, lanci di pietre e transenne e fuga immediata. È una tattica da guerriglia, e a subirla c'era chi non può rispondere come vorrebbe, perché lo Stato di diritto glielo impedisce.Un testimone ha raccontato di una quantità di violentissimi contro uno sparuto gruppo di poliziotti. La polizia ha dovuto arretrare in attesa di rinforzi, e non per codardia: prima di ogni altra cosa viene la vita dei propri uomini. Intanto un'auto dei Carabinieri veniva assalita con le spranghe e ridotta a un relitto, e alcuni mezzi blindati venivano danneggiati.Sul numero dei feriti le fonti ancora divergono: l'ANSA parla di almeno quattro agenti feriti a Milano, Sky TG24 di 38 poliziotti e sei carabinieri. Il dato definitivo spetta agli accertamenti, ma anche un solo agente ferito da una bomba carta è troppo.
𝐄 𝐩𝐨𝐢 𝐜'è 𝐢𝐥 𝐝𝐚𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐨𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐟𝐚𝐫𝐜𝐢 𝐭𝐫𝐞𝐦𝐚𝐫𝐞: 𝐥'𝐞𝐭à. Gli oltre cinquanta fermati sono per quasi la metà minorenni. Ragazzini, spesso arrivati in centro già mascherati, vestiti di nero e pronti allo scontro, che secondo la Polizia si sono organizzati da soli dalle periferie, dall'hinterland e da altre province. Italiani e stranieri: l'origine non conta, la legge è uguale per tutti.Parliamoci chiaro, da avvocato. Dai quattordici anni si è imputabili (art. 97 c.p.). Tra i quattordici e i diciotto anni il giudice accerta la capacità di intendere e volere, e se c'è si risponde dei propri atti, con una pena diminuita (art. 98 c.p.). Non è un salvacondotto. Chi tira una bomba carta addosso a un carabiniere sa cosa fa, e la minore età non lo rende un'altra persona. Il processo minorile prevede percorsi come la messa alla prova, che hanno senso se il ragazzo li affronta davvero e non come una scorciatoia per cavarsela.Poi ci sono gli adulti. L'art. 2048 del Codice civile chiama i genitori a rispondere dei danni causati dai figli minori, salvo che provino di non aver potuto impedire il fatto. Una domanda va fatta, senza giri di parole: dove erano le famiglie? Come si arriva a quattordici o quindici anni con un passamontagna nello zaino e la voglia di colpire un uomo in divisa? Lo stesso vale per la scuola e per chi, sui social, ha trasformato una protesta in una chiamata alle armi. La mobilitazione, a quanto risulta, è nata spontaneamente sul web, e questo non assolve nessuno: pone un problema di educazione e di controllo che non possiamo continuare a ignorare.
Resta il dovere di proteggere anche questi ragazzi dalla gogna: la legge vieta di diffondere dati che identifichino un minorenne coinvolto in un procedimento penale (art. 13 DPR 448/1988), e io, che amo la legalità, il divieto lo rispetto. Ma chiedere giustizia non è chiedere vendetta. È chiedere che chi sbaglia, anche a quindici anni, ne risponda.
Le istituzioni devono dire con chiarezza da che parte stanno. Non basta un comunicato di circostanza. Servono tutele concrete per chi opera in piazza, strumenti adeguati, pene certe per chi aggredisce un agente e una vera politica di prevenzione per i più giovani. Chi alza le mani su chi indossa una divisa non attacca una persona, attacca lo Stato, cioè tutti noi.
Troppo spesso in questo Paese chi veste la divisa deve difendersi prima di tutto dal sospetto. Io dico che è il momento di invertire la rotta. A loro, 𝐠𝐫𝐚𝐳𝐢𝐞. A chi li ha aggrediti, il peso della legge. E a chi ha il compito di educare quei ragazzi, la responsabilità di non voltarsi dall'altra parte.
Giustizia e Diritti di Carmela Federico: "Dalla parte di chi indossa la divisa"
Scritto da Carmen Federico
Politica
18 Ottobre 2026
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