Serata molto partecipata ad Arzengio (Pontremoli), organizzata dalla Piccola Biblioteca di Arzengio e dall’Associazione Culturale Mediterraneo. Prima un apericena molto apprezzato sotto i tigli, a cura di Nomalì, poi la presentazione del libro “Tra utopia e realismo. Appunti sul Sessantotto” (ETS edizioni) curato da Giorgio Pagano, che ha dialogato con Valentina Balestracci. Si è discusso del Sessantotto come movimento morale, che fu innanzitutto “antiautoritario nelle scuole, nelle fabbriche e riguardo al costume e allo stile di vita”, poi sempre più impegnato anche “per la giustizia sociale”. Il movimento fu “agente di riforme di notevole portata che attuavano per la prima volta la Costituzione”, sia pure non inquadrate in un progetto politico unitario: ma “già alla fine degli anni Settanta le sue idee furono abbandonate e cominciò l’egemonia di un altro pensiero, di un’altra idea della modernizzazione, quella decisionista e liberista”, in cui siamo ancora immersi, nonostante la sua crisi.
“Il sogno di una generazione fu spezzato – ha affermato Pagano – ma le sue pulsioni vitali hanno lasciato segni difficili da cancellare, che ci riguardano e ci parlano ancora. Uno di questi riguarda l’importanza del tema del sapere: per cambiare il mondo non basta ‘il punto di vista di classe’, perché occorre creare un nuovo ‘senso comune’, una nuova moralità, un nuovo senso della vita: da qui la centralità della scuola, degli apparati dell’egemonia culturale, della riforma intellettuale e morale. Un altro lascito è che non basta la conquista del potere dall’alto, perché serve la liberazione della persona, la sua capacità di cambiare, di autodeterminare la propria vita. Infine: non basta la politica come potenza, nella ridefinizione della politica è centrale il problema della nonviolenza, come indicava il pacifismo del Sessantotto degli inizi”.Davanti al dramma della Palestina e più in generale della guerra, ha concluso Pagano, “quelle idee tornano in forme nuove” e “quel sogno può essere ripreso”, ritornando a partecipare nel nome della “lingua radicale della Costituzione”.









