Un girasole. Poi un altro. Poi ancora un altro. Uno a uno, in fila silenziosa, i ragazzi del quinto anno dell'ITIS Meucci si sono avvicinati alla bara bianca del loro compagno e hanno posato il fiore. Niente discorsi preparati, niente cerimonie studiate. Solo quel gesto antico e potente di chi non sa come dire addio e lo dice lo stesso, con le mani. Con un fiore giallo che guarda il sole — come Edoardo guardava la vita. Nel pomeriggio del 6 maggio, la chiesa dei Servi di Maria a Marina di Massa ha ospitato i funerali di Edoardo Mosti, il ragazzo di diciotto anni strappato alla vita nella notte tra domenica e lunedì da un incidente stradale in via degli Unni. La chiesa era stracolma. Non bastava lo spazio per contenere tutto quel dolore. C'erano i compagni di classe con gli occhi rossi e le mani che non sapevano dove andare. C'erano gli insegnanti, quelli che lo avevano visto crescere tra i banchi, che lo avevano sgridato e incoraggiato e sostenuto. C'erano i vicini di casa, gli amici d'infanzia, i colleghi dei genitori, la gente del quartiere. C'era una città intera che si era fermata per un ragazzo di diciotto anni e undici mesi — perché Edoardo Mosti i diciannove anni non ha fatto in tempo a compierli. Li avrebbe festeggiati il 15 maggio. Tra otto giorni.
Otto giorni. Una distanza così piccola da sembrare crudele. Era uscito la notte tra domenica 3 e lunedì 4 maggio per fare benzina. Un gesto banale, uno di quelli che si fanno senza pensarci, l'ultimo compito della domenica sera per essere pronti il giorno dopo. Voleva arrivare a scuola con il serbatoio pieno. Non è mai arrivato né alla pompa né a casa. Intorno all'una e un quarto, in via degli Unni, nella zona industriale tra Massa e Avenza, la sua Panda ha perso il controllo e ha centrato violentemente la base in cemento di un traliccio dell'energia elettrica. L'impatto è stato devastante. In pochi secondi le fiamme hanno avvolto il veicolo. Alcuni automobilisti di passaggio hanno visto il bagliore nel buio e hanno chiamato il 112. I soccorritori del 118 sono arrivati insieme ai vigili del fuoco. Hanno fatto tutto il possibile. Non c'era più nulla da fare. Le cause di quella perdita di controllo sono ancora al vaglio degli inquirenti. Si ipotizzano un colpo di sonno, un malore improvviso, qualcosa che ha tolto a Edoardo anche il tempo di frenare. Forse non lo sapremo mai con esattezza. Ma questo, di fronte a una bara bianca coperta di girasoli, è un dettaglio che appartiene ai verbali, non al dolore di chi lo amava. Chi era Edoardo Mosti lo racconta meglio di qualsiasi cronaca il ricordo di chi gli voleva bene. Un'amica di famiglia, che lo aveva visto crescere e lo considerava quasi un nipote, ha detto semplicemente: era un ragazzo d'oro, dolcissimo, che studiava tantissimo e lasciava il segno in chiunque incontrasse. Parole semplici, vere, che non hanno bisogno di ornamenti. A scuola, al Meucci, la notizia era arrivata di prima mattina, passando di chat in chat, di classe in classe, prima ancora che i professori trovassero le parole per comunicarla. Alcuni insegnanti sono scoppiati a piangere davanti ai ragazzi. I ragazzi piangevano già. Edoardo non aveva avuto un percorso scolastico lineare — e questo lo rendeva, se possibile, ancora più umano. Aveva attraversato un periodo di dubbi, aveva lasciato la scuola per qualche tempo per lavorare con il padre Marco nella sua ditta di idraulica, aveva conosciuto la fatica vera, quella con le mani. Poi era tornato tra i banchi. Con una consapevolezza diversa, con la testa più chiara e la voglia di arrivare fino in fondo. Un docente del Meucci, durante la cerimonia funebre, lo ha ricordato con ammirazione: era diventato uno studente esemplare, puntuale, impegnato, con profitto in crescita costante. La maturità era lì, a portata di mano. Qualche settimana ancora e avrebbe firmato il suo diploma. Non lo firmerà. Al funerale, tra le centinaia di persone che affollavano la chiesa e si stringevano fuori dal portone, uno dei compagni di classe ha trovato il coraggio che gli altri non riuscivano ad avere. Si è alzato e ha parlato. Ha detto che Edoardo era solare, che bastava la sua presenza per cambiare l'umore di una stanza, che appena entrava in classe portava con sé una specie di allegria contagiosa. Era amico di tutti — di quelli bravi e di quelli meno bravi, di quelli timidi e di quelli chiassosi. Non giudicava. Ascoltava. Sorrideva. Lo ha detto con la voce che tremava, tenendo i nervi saldi quanto bastava per arrivare alla fine. Intorno a lui, in chiesa, nessuno ci è riuscito. In prima fila sedevano il padre Marco e la mamma Antonella Bellè. Erano in Vietnam quando la notizia li ha raggiunti — una telefonata nel cuore della notte, dall'altra parte del mondo, la cosa più terribile che un genitore possa ricevere. Hanno preso il primo volo disponibile e sono rientrati a Massa portando un peso che nessun genitore dovrebbe mai conoscere. Accanto a loro la figlia Matilde, i nonni, gli zii, gli amici di una vita. Una famiglia stretta attorno a un vuoto impossibile da colmare. Fuori dalla chiesa, schierati in divisa, una delegazione della Guardia di Finanza rendeva onore al ragazzo e alla famiglia. Il nonno materno Giuseppe Bellè e lo zio Igor Bellè sono entrambi marescialli delle Fiamme Gialle. Il Corpo ha voluto essere presente. Quella presenza in uniforme, silenziosa e composta, diceva più di mille parole. Il parroco padre Antonio Bai ha celebrato la cerimonia con sobrietà e umanità. A un certo punto si è fermato e ha detto quello che tutti sentivano ma non riuscivano a formulare: davanti a una bara così bianca, così piccola rispetto alla vita che conteneva, le parole rimbalzano. Non attaccano. Non bastano. Scivolano via. E forse è onesto riconoscerlo. Certe morti non si spiegano. Non si elaborano in un pomeriggio. Si portano, piano, per sempre.
Edoardo Mosti sarà cremato. Le sue ceneri resteranno con Marco e Antonella, con Matilde, con chi lo ha amato.
Ma qualcosa di lui è già rimasto per le strade di Massa. Nei girasoli posati sulla bara dai suoi compagni. Nelle lacrime degli insegnanti che non si aspettavano di piangere così. Nelle chat silenziose di chi non riesce ancora a scrivere niente, perché non c'è niente da scrivere che abbia senso. Stava solo andando a fare benzina. Stava solo tornando a casa. Aveva diciotto anni, undici mesi e una vita intera davanti. Aveva un diploma a un passo, forse un'università da scegliere, forse un lavoro da scoprire, sicuramente qualcuno da amare e qualcosa da costruire. Aveva tutto il tempo del mondo. E in un attimo, in una curva di notte in via degli Unni, quel tempo si è fermato.
Massa oggi è una città più silenziosa. E quei girasoli sulla bara bianca sono la cosa più bella e più straziante che questa città abbia visto da molto tempo.
Ciao Edoardo.
Quando i girasoli diventano preghiere: Massa ha dato l'ultimo saluto a Edoardo Mosti, morto a 19 anni nell'incendio della sua auto
Scritto da Carmen Federico
Cronaca
07 Maggio 2026
Visite: 280









