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Scritto da Redazione
Politica
31 Ottobre 2020

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La statua era alta sette metri e poggiava su un basamento di mezzo metro. Ricavata da un blocco di marmo unico, di dimensioni decisamente notevoli – pesava  52 tonellate -  che venne estratto e portato a valle dalle cave di Carrara nel 1932, mediante la stessa tecnica usata  tre anni prima per portare al piano prima e poi al mare fino a Roma, il monolite: il più grande blocco mai uscito dalle Apuane – 19 metri metri di lunghezza per 300 tonnellate. Anche lo scultore che l’aveva realizzata veniva dalla città dalle montagne di marmo: era Arturo Dazzi, l’autore del famoso cavallino conservato in Accademia e, in copia, ine una delle due vasche di Piazza Farini.  L’opera, infine, che raffigurava un giovane atleta ritto in tutta la possanza del suo fisico venne chiamata “ Era Fascista” dallo stesso Mussolini in quanto sintesi perfetta dei valori fascisti di vigore, forza e prestanza fisica. La sua destinazione era la fontana costruita nello stesso periodo nella piazza delle Vittorie a Brescia ma quando, lì, venne collocata, la reazione della gente affibbiò subito alla statua il soprannome con il quale è sempre rimasta indicata: “ Il bigio”. Della memoria di questa opera di Dazzi si è quasi totalmente persa la memoria nella città di Brescia, dove comunque, sbeffeggiata e mal digerita in quanto espressione del regime fascista, restò esposta per tredici anni. A Carrara, dalle cui montagne fu estratta e dalle cui maestranze fu lavorata, forse nemmeno venne costruita una memoria e veramente in pochi possono dire di conoscere l’esistenza e la storia di questa opera. 

A ripescare dagli oblii della storia e della mente la storia del Bigio di Brescia è stato Riccardo Bruschi coordinatore comunale di Forza Italia che ha raccontato: “Negli anni del Ventennio, l’abilità di scultore  di Arturo Dazzi, nel fondere le linee moderne con la tradizione neoclassica lo portarono ad essere molto apprezzato ed a collaborare in numerosi progetti dell'architetto Piacentini, trai quali, anche  la nuova Piazza delle Vittorie a Brescia, per la quale realizzò un colosso in marmo di Carrara. All'opera, inaugurata il 1° novembre 1932, venne dato il nome di “Era fascista”, ma i bresciani lo ribattezzarono il “Bigio”, forse per il tipo di marmo utilizzato.La statua nel 1945 fu rimossa,  ma per fortuna non distrutta, nonostante diversi atti vandalici anche con dinamite, che dovette subire fin dai giorni dopo la Liberazione e più di recente quando ormai era nel magazzino del comune di Brescia. Nel corso degli anni, tra tentativi di vendita ed ipotesi di ricollocazione, l'opera di Arturo Dazzi ha sempre animato e diviso l'opinione dei bresciani, fino ad oggi, quando l'amministrazione bresciana ha annunciato che il “Bigio” verrà posizionato nella galleria del nuovo museo del novecento in costruzione, scatenando una dura reazione dell'ANPI, e procrastinando ancora il momento di una esposizione pubblica della statua. Bruschi ha  voluto sottolineare che la statua, da anni giace distesa sotto una misera tettoia in un deposito comunale di Brescia, bisognosa di urgenti ed consistenti opere di restauro.

“Si tratta di  un vero e proprio oltraggio all'artista e al duro lavoro delle maestranze che lo hanno cavato dalle Apuane. – ha detto Bruschi -  E' per questo, che il coordinamento di Forza Italia Carrara, chiede all'assessore Federica Forti d'intraprendere formalmente un'azione per poter riportare “a casa” il colosso di marmo, così da poterlo restaurare con le nostre eccellenze locali, ed esporlo nei nostri musei od a decoro urbano, con orgoglio e senza pregiudizio, per il suo valore artistico ed il duro lavoro compiuto nel realizzarlo che esso rappresenta.”.

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