Arriva dalla professoressa Florida Nicolai, impegnata nell'ambientalismo a Marina di Carrara, una riflessione sul momento politico: "Il genio distopico di Yoko Ogawa ne L'isola dei senza memoria non sta nell'immaginare un regime che reprime, ma uno che semplifica. La sua isola è governata da un principio perverso: invece di affrontare la complessità del mondo, la si cancella. Un problema? Si fa "scomparire" dalla realtà e, infine, dalla memoria collettiva. Il regime non deve imporre con forza l'oblio; i cittadini stessi, spaventati e confusi, lo accettano e interiorizzano. Questo crea una società autocensurante e passiva. È l'utopia totalitaria del controllo perfetto, ottenuto non con la forza bruta, ma con l'annichilimento silenzioso del significato.È sicuramente un paradosso, ma applico questa logica alla situazione attuale per smascherarne il nucleo illiberale. La proposta di "far dimenticare" le manifestazioni o gli oggetti percepiti come pericolosi è la versione politica del meccanismo di Ogawa. Non si affrontano le cause profonde dell'insicurezza (il disagio sociale, la povertà relazionale, la sfiducia nelle istituzioni). Si aggira il problema dichiarando che gli strumenti del conflitto civile (la protesta) o gli emblemi di una violenza individuale (un coltello) devono semplicemente cessare di esistere come concetti legittimi nella comunità.
Il risultato, sia nel romanzo che nel paradosso che propongo, è una comunità più docile e più povera. Più controllabile, ma meno capace di pensiero critico, di conflitto costruttivo, di memoria storica. Ogawa non ci descrive (solo) un regime, ci mostra il processo psicologico con cui una società diventa complice della propria sottomissione: accettando di scambiare pezzi di mondo condiviso e di libertà per l'illusione di una sicurezza imposta dall'alto.
Utilizzando la lente critica del romanzo, del suo potenziale allegorico per leggere il presente non intendo – sia chiaro - accusare di totalitarismo, ma suonare un campanello d'allarme contro una logica totalitaria. Intendo ricordare che la prima cosa che un potere autoritario chiede di "far dimenticare" è proprio il valore della memoria e il diritto di discutere liberamente di cosa siamo disposti a dimenticare. Intendo mostrare come la distopia di Ogawa non sia un racconto di un passato lontano o di un futuro improbabile, ma un monito su meccanismi politici sempre possibili. Il rischio non è che un governo faccia "sparire" magicamente un diritto, ma che, attraverso una retorica securitaria continua e l'erosione progressiva dei principi, una società accetti l'idea che quel diritto sia meno importante, sia pericoloso o addirittura "inutile", dimenticandone gradualmente il valore.









