Alla vigilia dell’incontro «Il verde pubblico che vogliamo», organizzato sabato 17 ottobre dal Movimento 5 Stelle in viale Colombo, avevamo chiesto a chi amministrava Carrara nel 2019, tre gesti semplici. Riconoscere che quei tagli furono un errore, scusarsi con i cittadini trattati come un intralcio e impegnarsi a sostituire le palme con pini. Non ne è arrivato nessuno. Nelle conclusioni del convegno l’ex sindaco Francesco De Pasquale ha preferito riscrivere la storia, riproponendo la propaganda di allora con una serie di affermazioni che non corrispondono al vero. A quelle affermazioni rispondiamo con i documenti, una per una.
Il marciapiede, i disabili e i parcheggi
Secondo De Pasquale i pini furono abbattuti per realizzare un marciapiede accessibile alle persone con disabilità, eliminando la sosta delle auto. Ma, come denunciò allora il Comitato dei cittadini, il progetto approvato dalla giunta prevedeva il parcheggio proprio su quel marciapiede, che è diventato libero solo dopo la nostra mobilitazione. Usare la causa delle persone con disabilità come paravento per un parcheggio è un’operazione che si commenta da sola. Il programma dei lavori prevedeva di eliminare in più lotti l’intera alberatura, 63 pini fino a viale Galilei. Se l’obiettivo era davvero l’accessibilità, perché ci si è fermati ai primi 17? La risposta è semplice: l’accessibilità finiva dove cominciavano le proteste. Senza la mobilitazione dei cittadini, il cronoprogramma dell’assessore avrebbe abbattuto tutti i pini entro la fine di agosto 2019. Intanto i marciapiedi di Marina restano impraticabili per tutti, pini o non pini, come in via Genova, dove i pini sono stati abbattuti e non è stato ripiantato nulla. In compenso, guarda caso, i posti auto sono salvi.
Le palme? Le scelse il Comune
Altrettanto infondata è la tesi delle palme “imposte dalla Soprintendenza”. Le palme le scelse il Comune. Lo studio di fattibilità redatto dagli uffici comunali scriveva che «in questa prima fase progettuale si è optato per la palma ‘washingtonia robusta’». Nel giugno 2019 fu l’assessore Raggi ad annunciare la sostituzione dei pini con le palme messicane, poi difese in quanto scelta storicamente fondata in un video diffuso sui social. Le palme furono piantate in numero doppio rispetto ai pini abbattuti, e doppio anche rispetto al progetto: per essere un’imposizione subita, fu accolta con singolare entusiasmo. Accadde appena nove giorni dopo che il Movimento aveva portato in Consiglio comunale, il 15 luglio 2019, la dichiarazione di emergenza climatica e l’impegno a piantare due alberi per ogni albero abbattuto. L’impegno fu rispettato alla lettera e tradito nella sostanza: al posto di ogni pino, due palme che fanno poca ombra e quasi nulla contro il caldo: piante con benefici ecosistemici vicini allo zero.
La Soprintendenza mai interpellata
Quanto alla Soprintendenza, fu la giunta a tenerla fuori. L’area è vincolata dal decreto ministeriale del 10 gennaio 1953, integrato nel 1969. Eppure, la delibera che approvò il progetto, come documentò allora anche il GrIG, richiamava la norma che esenta dall’autorizzazione paesaggistica. Ne seguirono istanze ed esposti del GrIG, del nostro Comitato, cui aderirono Italia Nostra Apuo-lunense e Massa-Montignoso, fino a un’interrogazione parlamentare. La risposta della Soprintendenza di Lucca arrivò con nota del 17 ottobre 2019: nessuna richiesta mai ricevuta, e un’autorizzazione ritenuta, «purtroppo», non necessaria. Un ufficio a cui il progetto non fu mai sottoposto, e che ritenne di non doversene occupare, non poteva imporre nulla, tanto meno la specie da piantare. Le palme non le impose Lucca: le scelse la giunta pentastellata di Carrara.
Le radici e i sistemi antiradice
Ancora più rivelatrice è stata la frase di De Pasquale sulle radici: “Dicono che ci sono sistemi per impedire l’affioramento delle radici: io non li conosco, ma vedremo”. Eppure, quei sistemi glieli avevamo documentati noi già nel 2019, chiedendo un incontro per valutarli: l’assessore lo promise, e con lui il sindaco De Pasquale. Ai primi di novembre lo stavamo ancora aspettando, quando le motoseghe ripartirono. Nello stesso mese, dopo le nostre segnalazioni, anche Legambiente presentò pubblicamente i sistemi antiradice, in una proposta nata da una richiesta dello stesso Comune. Da allora quei sistemi si sono diffusi in moltissime città, li usa l’Autorità portuale nel waterfront di Marina e sono stati recepiti dal nuovo Regolamento del Verde, discusso e approvato pochi mesi fa in Consiglio comunale: un testo che i consiglieri pentastellati e di Sinistra Italiana dovrebbero conoscere. Nel 2019 il sindaco De Pasquale promise di valutarli; sette anni dopo, l’ex sindaco dice di non conoscerli.
Il luogo comune dei “pini pericolosi”
Né è bastato un intero convegno, organizzato dal suo stesso Movimento, a smontare il luogo comune dei “pini pericolosi”, che De Pasquale ha ripetuto in chiusura. Eppure, già nel 2019 i pini di viale Colombo erano stati descritti come maturi, sani e stabili, e il dissesto del marciapiede era stato ricondotto alla compattazione del suolo causata dalle auto in sosta. Nel dicembre 2020, per sostituire cinquanta pini in città, la sua stessa giunta si affidò alla relazione di un’agronoma, in cui si legge che il problema «non è legato alla specie», ma al sito, e che servono aiuole adeguate. Basterebbe rileggerla.
Un metodo, non una svista
Non è una svista, è un metodo: negare l’evidenza, riscrivere il passato, attaccare chi ricorda. Avevamo scritto che una conversione senza confessione è solo un riposizionamento. Sabato non si è vista nemmeno la conversione: si è visto soltanto un cambio di cavallo, con le elezioni all’orizzonte. Delle due l’una: o De Pasquale sa di non dire il vero, oppure, ora come allora, chi gli sta intorno gli riferisce una versione diversa dei fatti. In entrambi i casi è una mancanza di rispetto verso i suoi elettori e verso tutti i cittadini. Anche lui, come Trump (si parva licet!) sa che qualunque cosa dica verrà creduta dai suoi sostenitori più convinti?
Gli attacchi sui social
Il metodo, del resto, si vede già. Da giorni chi questa battaglia l’ha combattuta in prima persona è bersaglio su Facebook di attacchi da parte di sostenitori del Movimento. Nessuna risposta nel merito, nessun documento: solo discredito personale e allusioni offensive. È lo stesso copione del 2019, quando chi difendeva i pini veniva liquidato con sufficienza e poi aggredito sulle bacheche social. Il movimento dell’uno vale uno, in viale Colombo, fece valere zero i cittadini; oggi prova a zittire chi glielo ricorda. Non ci riuscirà. Gli attacchi coordinati sui social non ci spaventano: li conosciamo dal 2019, e non ci impedirono di salvare quasi tre pini su quattro tra quelli condannati. Chiediamo al Movimento 5 Stelle di Carrara di prendere pubblicamente le distanze da questi attacchi. E rilanciamo: invitiamo Francesco De Pasquale a un confronto pubblico, documenti alla mano, nel luogo e nella data che preferirà. La documentazione citata in questo testo è fin da ora a disposizione della stampa e di chiunque la chieda: chi ha le carte in regola non teme di mostrarle.
L’assenza che pesa: il Piano del Verde
C’è infine un’assenza che pesa su tutti gli interventi di sabato, anche su quelli condivisibili. Si è parlato bene di funzioni ecosistemiche, isole di calore e salute psicofisica, concetti ormai consolidati che per chi amministra dovrebbero essere l’abc. Nessuno però, nemmeno AVS, ha posto come primo punto l’adozione del Piano del Verde, che a Carrara ancora manca. Il Piano è lo strumento strategico che dà trama e direzione alla città: la cornice che integra i singoli progetti nella pianificazione strutturale del Comune e orienta priorità, risorse e scelte nel medio e lungo periodo. Senza di esso ogni intervento resta un frammento isolato, incapace di costruire un sistema organico di infrastrutture verdi e di rispondere agli obiettivi di qualità ambientale e di giustizia climatica e sociale. Anche i “rifugi climatici” evocati dalla rappresentante di AVS, senza Piano, non possono essere realizzati, né seriamente pensati. Per questo, come ARCA, ci siamo battuti a lungo perché il Comune redigesse prima il Piano e poi il Regolamento del verde. Invertire l’ordine significa rovesciare la piramide logica e fissare le regole prima di aver definito la visione. Non siamo stati ascoltati. Discutere di verde senza il Piano significa continuare a produrre interventi atomistici e scollegati, e ridurre il dibattito a un esercizio retorico che non incide sulla città reale. Significa, soprattutto, non aver capito che è attorno al Piano del Verde che deve ruotare la pianificazione strutturale di ogni Comune.
Le nostre richieste, che rivolgiamo a chiunque si candidi a governare Carrara, restano dunque due: l’adozione del Piano del Verde e la sostituzione delle palme di viale Colombo con pini, come chiediamo dal 2019, affiancati in ciò, fin da subito, anche da Legambiente. Fino ad allora, il “verde che vogliamo” resterà un titolo da campagna elettorale.









