Sabato 17 ottobre il Movimento 5 Stelle, che ha governato Carrara dal 2017 al 2022, ci invita a riflettere su «il verde pubblico che vogliamo». L’incontro si terrà in viale Colombo, per uno scherzo della toponomastica che nessuno sceneggiatore avrebbe osato: proprio il viale dove, sette anni fa, la loro idea di verde pubblico aveva la forma di una motosega.Quei giorni li ricordiamo bene. L’8 giugno 2019 Andrea Raggi, assessore ai Lavori pubblici della giunta a Cinque Stelle guidata da Francesco De Pasquale, annunciò l’abbattimento dei diciassette pini tra via Modena e via Rinchiosa, da sostituire con palme messicane: un tocco di California in riva al Tirreno. Era solo il primo lotto di un progetto approvato dalla giunta, che prevedeva di proseguire fino a viale Galilei ed eliminare l’intera alberatura del lato monti. Erano alberi maturi, sani ed equilibrati, presenti nelle cartoline della nostra infanzia, e nessuna perizia ne giustificava l’abbattimento. Più precisamente: non esisteva alcuna perizia, neppure “pilotata” (come successivamente diventerà prassi abbastanza frequente e trasversale). Le motoseghe partirono il 10 giugno, in piena stagione di nidificazione, tanto che, trovati i nidi, il taglio di alcuni alberi dovette essere sospeso grazie all’intervento ostinato e fortemente ostacolato, di alcuni cittadini (anche se, su facebook, l’assessore, anche lui ostinatamente, sentenziava che sui pini ci sono solo “tarponi”) e della LIPU nazionale che presentò anche un esposto per violazione di una legge dello Stato e della Regione. Tutto questo in un’area sottoposta a vincolo paesaggistico dal 1953. A commento, in un video diffuso ancora via facebook, lo stesso Raggi sentenziò: «I pini devono stare in pineta». E i cittadini, si capì presto, dovevano stare a casa. Anzi, furono invitati esplicitamente.
Le spiegazioni dell’assessore Raggi meritano di essere rilette, una per una. Ai cittadini che protestavano davanti al cantiere, disse che si era partiti tardi perché acquisire tutti i pareri aveva richiesto tempo: mesi dopo, la Soprintendenza scrisse di non aver mai ricevuto alcuna richiesta. Disse che quelle palme erano la specie più resistente al punteruolo rosso: gli ambientalisti gli ricordarono che i primi attacchi alle Washingtonia erano stati segnalati già due anni prima. Disse infine che le radici dei pini erano un pericolo: ma le radici sollevavano il marciapiede perché sopra ci parcheggiavano le auto, e lo scopo dell’operazione, taciuto ma scritto esplicitamente sul progetto, denunciarono le associazioni, era proprio ricavare un parcheggio su quel marciapiede. Un residente del viale, ingegnere in pensione recentemente scomparso, lo disse senza giri di parole: la scelta vera non era tra i pini e i disabili, ma tra i pini e le auto in sosta. Le alternative c’erano, e furono offerte: vietare la sosta, allargare l’aiuola, lasciare respirare le radici e tenersi i pini. Gli ambientalisti invitarono la giunta a smettere di improvvisarsi paesaggista e ad ascoltare chi ne sapeva di più. Non furono ascoltati.
Il riferimento ai disabili non fu casuale. Per difendere i tagli, Raggi diffuse un video accanto a un uomo in carrozzina che mostrava quanto fosse impraticabile il marciapiede, come se chi difendeva i pini volesse sbarrare la strada a chi non cammina. Un’associazione ambientalista, che la giunta aveva consultato, dovette precisare pubblicamente che la sua disponibilità a collaborare era stata fatta passare per un avallo, ma che in realtà, pur non opponendosi all’abbattimento dei pini, aveva detto no alle palme, chiesto una consultazione preventiva e previsto la sostituzione con nuovi pini. Questo fu il clima. Chi si oppose, e io c’ero, non fu ascoltato: fu liquidato con sufficienza e, quando non bastava, insultato da milizie social. Un ambientalista storico della città scrisse al sindaco De Pasquale per manifestare il suo stupore: un progetto simile non aveva avuto alcuna partecipazione popolare, e proprio da parte del Movimento che aveva fatto della democrazia dal basso una bandiera. Era il movimento dell’uno vale uno. In viale Colombo i cittadini valsero zero. Un’altra associazione concluse che quell’amministrazione aveva trasformato la «prepotenza verso l’ambiente e i cittadini» in un motivo di vanto. Né allora né dopo è arrivata una parola di scuse. Il tono, anzi, non cambiò mai. Nell’agosto 2021, quando un esponente dell’opposizione contestò il taglio di una ventina di pini nella pineta Paradiso, Raggi rispose che erano alberi secchi e liquidò la critica come «un po’ di polverone per andare sul giornale». Chi critica, nella logica di partito (non solo penta-stellata, va detto), cerca sempre visibilità e mai sarebbe mosso da sincero civismo
E chi nel 2019 si espose per difendere i pini è guardato ancora oggi con fastidio, come un conto rimasto aperto.
Eppure, della gestione del verde, a parole, parevano essere campioni. Durante le presentazioni pubbliche del nuovo piano operativo comunale, la giunta aveva dedicato un intero incontro ai corridoi verdi e alla lotta alle isole di calore. Parlavano bene!
Il 15 luglio 2019, un mese dopo i primi tagli, il Movimento 5 Stelle portava in Consiglio comunale la dichiarazione di emergenza climatica e l’impegno a piantare due alberi per ogni albero abbattuto. Nove giorni dopo, in viale Colombo, si mettevano a dimora palme in numero doppio rispetto ai pini abbattuti (doppio anche rispetto al numero previsto da progetto!). La matematica era salva; l’ecosistema un po’ meno. Il caso era arrivato fino in Parlamento, ma i lavori andarono avanti spediti. In ottobre Raggi annunciò il taglio di altri dieci pini, e a novembre le motoseghe ripartirono, nonostante le lettere aperte, gli esposti e la richiesta di un confronto pubblico. Le palme sono ancora lì, unico monumento di quella stagione: fanno poca ombra, ma molta memoria. Il comitato dei cittadini aveva perso, ma era riuscito per lo meno a salvare i due terzi dei pini condannati.
Il punto, però, non è la cattiveria personale o la sciatteria amministrativa. È qualcosa di più grave. Quella giunta non sapeva e, nella sua arroganza, non sapeva di non sapere. Scambiava l’impreparazione per decisionismo e il dissenso per ignoranza altrui. Nel dicembre 2020 la stessa giunta decise di sostituire altri cinquanta pini in città: questa volta dopo il parere di un’agronoma. Persino il giornale che diede la notizia notò la differenza nel modo di agire. Peccato che quel parere l’abbiano letto a metà. La relazione, pur fondata su una sola valutazione visiva, indicava come prima scelta l’impianto di pini, per conservare l’aspetto del paesaggio, e chiariva che il problema «non è legato alla specie», ma al sito: servivano aiuole di almeno 10 metri quadri. Il leccio compariva solo tra le alternative per i siti inadatti al pino. La giunta prese l’abbattimento e lasciò il resto: scelse i lecci, e in via Genova, dove allargare le aiuole avrebbe voluto dire togliere qualche posto auto, non è stato ripiantato nulla. Anche stavolta, tra i pini e le auto, vinsero le auto. In compenso, nell’aprile 2021, il Comune pensò all’elaborazione del lutto. Un bando da 10.500 euro per ricavare dai monconi sette sculture di legno, animali del cielo, della terra e del mare «in chiave ludico didattica, pensate per i bambini e destinate poi alla pineta accanto, su un basamento di calcestruzzo». Del resto, Raggi l’aveva detto: i pini devono stare in pineta. Bastava ridurli a monconi e scolpirli a forma di animaletto. Avevano dunque imparato il metodo (procurarsi almeno una perizia, non necessariamente seguirla), se non l’umiltà. Ma non lo dissero mai: nessuna ammissione, nessuna parola per chi glielo aveva spiegato un anno e mezzo prima. Correggersi (in parte) in silenzio fu il modo più comodo per non dover chiedere scusa. E chi governa una città senza sapere di non sapere, e poi tace quando lo scopre, non è innocente: è responsabile due volte.
Sia chiaro: chi governa oggi non ha restituito a Carrara ciò che ha perso. Anzi, anche con la giunta Arrighi i pini hanno continuato a cadere. Più di quarantacinque sono stati abbattuti sulla Salita di San Ceccardo, con un percorso problematico e lacunoso (oggetto di diversi esposti da parte del GrIG) e con un ripristino che gli ambientalisti attendono ancora. Sono in attesa di essere abbattuti i 10 pini sopravvissuti. Nel settembre 2024 sono stati abbattuti in viale Colombo sei pini che la perizia commissionata dall’Autorità Portuale non indicava tra quelli da eliminare. Nel 2025 l’assessora ai Lavori pubblici dichiarava di valutare altri tagli su richiesta di una categoria che non fu mai precisata. Meritano la stessa severità.
Ed è qui che il quadro si fa politicamente interessante. Sabato, accanto al Movimento 5 Stelle, siederanno Rigoletta Vincenti, la candidata sindaca che nel 2022 il Movimento presentò in continuità con la giunta De Pasquale; Daniela Marchini, che quella candidatura la sostenne a nome di Rifondazione Comunista e Alleanza Verdi e Sinistra, la cui componente ecologista sostenne invece la candidatura dell’attuale sindaca. Nel 2022 Vincenti metteva al centro del programma il rispetto dell’ambiente e rivendicava il lavoro della giunta uscente: «non partiamo da zero», disse. Era vero: si partiva dalle palmette di viale Colombo. Poco più di un anno fa il Movimento di Carrara diceva no all’alleanza regionale con PD e AVS; oggi porta AVS sul proprio palco, a pochi mesi dalle amministrative. Manca solo il Partito democratico, ma c’è tempo fino al 2027. Chi i pini li ha tagliati ieri e chi li taglia oggi potrebbero presto ritrovarsi dalla stessa parte, e a tenere insieme una coalizione più di convenienza che di progetto per la città, rischia di essere la motosega.
Nel campo largo, a quanto pare, c’è posto per tutti. Tranne che per i pini.
Intanto i protagonisti del 2019 hanno scoperto il valore del verde pubblico. Tra i relatori di sabato c’è Maurizio Bruschi, che di quella giunta era l’assessore all’Urbanistica; le conclusioni le trarrà Francesco De Pasquale, che ne era il sindaco. Lo hanno scoperto come Colombo scoprì l’America: arrivando per ultimi in un luogo abitato da tempo, convinti di esserci arrivati per primi. Quel continente lo abitavano i cittadini, le associazioni e i comitati che allora venivano trattati come un intralcio. Il viale, del resto, porta il nome giusto.
Benvenuti, verrebbe da dire. Cambiare idea è lecito, perfino lodevole. Ma una conversione senza confessione non è una conversione: è un riposizionamento. Paolo di Tarso, dopo Damasco, non smise mai di ricordare di essere stato un persecutore, ed era proprio quella memoria a rendere credibile la sua nuova fede. Qui invece nessuno è caduto da cavallo. Si è semplicemente cambiato cavallo e ci si riscopre green con le urne all’orizzonte.
Se invece la conversione è sincera, la prova sarà semplice. Sabato dicano pubblicamente che quei tagli furono un errore, nel merito e nei modi. Chiedano scusa ai cittadini che trattarono come intralci. E si impegnino nero su bianco a sostituire le palme di viale Colombo con pini, come gli ambientalisti chiedono dal 2019. A chi siederà al loro fianco in nome dell’ambiente chiediamo di pretenderlo, prima di stringere qualunque alleanza. Altrimenti sabato di ecologia si parlerà poco, e si darà inizio a una pessima campagna elettorale all’ombra delle meste palmuzze.









