Borghi di pietra, valli che odorano di rose selvatiche, una Vallis Rosarum che i romani conoscevano già per nome — e una vocazione per la parola scritta che anticipa Londra, Barcellona e Vienna di quasi un decennio. C'è un paese tra le montagne della Lunigiana dove i libri non sono arrivati dall'esterno: sono nati qui. Annidato a 326 metri tra l'Appennino Tosco-Emiliano e le Alpi Apuane, Fivizzano custodisce uno dei primati più clamorosi e meno celebrati d'Italia. Strade lastricate, fontane barocche, palazzi che sembrano ancora profumare di carta e inchiostro — questa è la città che i Medici chiamavano con affetto "il bel cantuccio di Firenze". Oggi quel primato antico viene finalmente riconosciuto sul palcoscenico nazionale. Fivizzano è tra i dieci finalisti selezionati dal Ministero della Cultura per il titolo di Capitale Italiana del Libro 2027 — un riconoscimento che premia la qualità del progetto culturale presentato e, soprattutto, la coerenza di una città che con il libro ha sempre avuto un rapporto speciale. Curiosamente, anche la vicina Pontremoli si trova nella stessa lista: un derby tutto lunigianese, nato in modo del tutto indipendente, che ha sorpreso entrambe le amministrazioni.
Nata dall'inchiostro
Per capire davvero Fivizzano bisogna tornare al 1472. In quell'anno un tipografo locale di nome Jacopo da Fivizzano, formatosi nelle officine veneziane, fece qualcosa di straordinario per un borgo di montagna: portò a casa i caratteri tipografici mobili e stampò i primi libri. L'Opera di Virgilio fu il primo, poi Cicerone, Sallustio, Giovenale, Cornazzano — classici latini impressi su carta in una piccola tipografia della Lunigiana, in un momento in cui città molto più grandi e potenti non avevano ancora visto una sola pagina stampata.Il confronto con il resto d'Europa è impietoso e glorioso al tempo stesso. A Fivizzano si stampava libri undici anni prima che a Vienna, nove prima di Londra, sette prima di Oxford, Ginevra e Barcellona, cinque prima di Bruxelles. Un borgo appenninico che batteva le capitali europee nella corsa alla conoscenza.
"Un borgo appenninico che batteva le capitali europee nella corsa alla conoscenza".
La storia della scrittura a Fivizzano non si ferma però al Quattrocento. Nel 1802 il conte fivizzanese Agostino Fantoni inventò, per amore di sua sorella Carolina che aveva perso la vista in giovane età, il primo prototipo di macchina da scrivere. Non per ambizione, non per fama: per permettere a una donna cieca di continuare a scrivere lettere agli amici. Insieme all'amico Pellegrino Turri perfezionò il meccanismo — quello che Carolina stessa chiamava nella sua corrispondenza con il termine tenero di "stamperia" — gettando le basi di un'invenzione che avrebbe cambiato il modo in cui il mondo comunica.E poi c'è Emanuele Maucci, nato nella frazione di Parana: emigrato a Barcellona nel 1892, fondò una casa editrice che divenne tra le più importanti del mondo ispanofono, con filiali in Messico e Argentina, capace di stampare decine di migliaia di libri ogni settimana. La cultura europea in America Latina passò anche per le sue mani.
Una storia di potere e bellezza
La storia politica di Fivizzano è intricata come quella di tutti i borghi contesi della Lunigiana. Il castello della Verrucola, attestato già dal 1044, appartenne prima ai Bosi e poi — dal XIII secolo — ai Malaspina. Fu Spinetta Malaspina detto il Grande (morto nel 1398) ad ampliarlo e a fare di Fivizzano il centro di un marchesato importante, con quel castello che ancora oggi veglia sulla valle dall'alto di una collina, oggi residenza dello scultore Pietro Cascella.Nel 1477 Fivizzano si pose spontaneamente sotto la Repubblica di Firenze, come attesta il "Libro di Capitoli e Convenzioni" firmato tra i delegati fivizzanesi e i senatori fiorentini — tra cui Lorenzo de' Medici. Diventò sede di Capitanato e per Firenze rappresentò un avamposto strategico prezioso, circondato com'era dalle repubbliche di Lucca e Genova e dai ducati di Massa, Parma e Modena. I Medici la chiamavano il loro "bel cantuccio" e la trattarono come tale: nel 1496 resistette a un assedio delle truppe di Carlo VIII, nel XVI secolo Cosimo I fece costruire una nuova cinta muraria — i cui resti sono ancora visibili — e nel 1683 la piazza fu abbellita con la fontana barocca per volontà di Cosimo III de' Medici. Dal 1633 Fivizzano divenne sede del Governatorato di tutta la Lunigiana. Dopo i Medici e i Lorena, durante il periodo napoleonico il territorio fu affidato a Elisa Baciocchi Bonaparte, poi tornò al Granducato di Toscana fino al 1847, quando passò al Ducato estense di Modena fino all'Unità d'Italia nel 1861. Nel 1848 il Granduca Leopoldo II le aveva già concesso il titolo ufficiale di Città Nobile. In questo crogiolo di potere e cultura, Fivizzano vanta anche un legame speciale con Papa Niccolò V: Tommaso Parentucelli nacque a Sarzana il 15 novembre 1397, ma sua madre era Andreola Bosi della Verrucola di Fivizzano, donna di famiglia lunigianese illustre. Fivizzano rivendica con orgoglio queste radici materne del pontefice umanista che fondò la Biblioteca Vaticana e trasformò Roma in una capitale del Rinascimento — e lui stesso chiamò Fivizzano "patrie nostre Lunensis" in una lettera a Cosimo de' Medici del 1450. La città lo ricorda con un busto bronzeo sulla facciata di un palazzo del centro storico, con una lapide che celebra il sesto centenario della nascita 1397–1997. Nel 1500 nacque l'Accademia degli Imperfetti, istituzione culturale che animerà la vita intellettuale della città per secoli, dando vita nel 1807 al Teatro degli Imperfetti con seicento posti — un numero notevole per un borgo di montagna.
Non si può raccontare Fivizzano senza fermarsi davanti alla tragedia dell'estate 1944. Tra il 17 agosto e il 13 settembre, le truppe della 16ª Divisione SS Reichsführer al comando del maggiore Walter Reder compirono nel territorio comunale alcuni tra gli eccidi più brutali dell'intera guerra d'Italia. A San Terenzo Monti, il 19 agosto, 159 civili furono massacrati. A Vinca, tra il 24 e il 27 agosto, altre 174 vittime. Con Mommio, Gragnola, Monzone e Tenerano, i morti civili superarono i 400. Il Comune di Fivizzano è decorato di Medaglia d'Oro al Merito Civile e Medaglia d'Argento al Valor Militare. Nel 2019, nel 75° anniversario, il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella e il Presidente federale tedesco Frank-Walter Steinmeier si recarono insieme a San Terenzo Monti a commemorare quei morti: un gesto che trasformò una ferita locale in memoria condivisa tra due nazioni.
Le Bellezze del Borgo
Passeggiare per Fivizzano è un'esperienza che mescola architettura, arte e paesaggio con naturalezza assoluta. La Piazza Medicea — ufficialmente Piazza Vittorio Emanuele II — è il cuore di tutto: la fontana barocca seicentesca al centro, l'Oratorio di San Carlo, il Palazzo Coiari e i palazzi nobiliari tutt'intorno, il campanile medievale che svetta sopra i tetti. Ogni pietra racconta un'epoca diversa.
Le chiese custodiscono tesori inaspettati per un borgo di queste dimensioni. La Collegiata di Santa Maria Assunta ha un altare maggiore di rara ricchezza barocca — candelabri d'argento, un tabernacolo prezioso — mentre nelle cappelle laterali si trovano una statua marmorea della Vergine di raffinata eleganza e pale pittoriche di chiara influenza fiorentina. Nelle strade del centro storico si incontrano le sculture del Simposio internazionale di scultura: opere in marmo bianco e pietra grigia realizzate da artisti di tutto il mondo che ogni anno scelgono Fivizzano come luogo di creazione.
La Valle del Rosaro: la terra delle rose
C'è una bellezza di Fivizzano che pochi conoscono al di fuori della Lunigiana, eppure è scritta nella geografia del territorio da duemila anni. Il torrente Rosaro — che i romani chiamavano Vallis Rosarum, valle delle rose — nasce dal crinale appenninico tra Toscana ed Emilia, attraversa il territorio fivizzanese scendendo verso Soliera e l'Aulella, e porta con sé un nome che dice tutto: questa è sempre stata una terra di rose. Le rose canine che costellano i bordi dei sentieri, le rose antiche nei giardini dei palazzi, le rose selvatiche che in maggio colorano le colline — Fivizzano non ha bisogno di proclamarsi città dei fiori: lo è per natura e per storia.
Ogni maggio questa identità fiorita si celebra con il Calendimaggio, la festa di primavera che trasforma piazze e giardini del borgo in un palcoscenico profumato. Nel Giardino degli Agostiniani si incontrano i grandi vivaisti italiani specializzati in rose antiche, si tengono laboratori di botanica ed erboristeria, e la giornata si chiude in piazza Medicea con un aperitivo tra produttori locali e profumi di stagione.
Il Museo di San Giovanni degli Agostiniani
Nel cuore del Convento fondato nel 1392 dal signore locale Nicolò Malaspina si cela uno dei musei più sorprendenti della Lunigiana. Le sale con volte a crociera in mattoni a vista, il lungo corridoio con gli affreschi sul soffitto, la luce che filtra dalle finestre ad arco: già l'architettura è un'opera d'arte.Tra i suoi tesori più importanti c'è la storia — e il rimpianto — del Parato di Niccolò V: i preziosi abiti liturgici del papa, realizzati in velluto di seta e oro per la canonizzazione di San Bernardino da Siena nel 1450 dai migliori artigiani fiorentini e senesi. Considerati un capolavoro assoluto dell'arte tessile del Quattrocento, nel 1937 furono venduti dal Comune allo Stato per far fronte ai danni del terremoto del 1920. Oggi sono conservati al Museo del Bargello di Firenze. Nel 2023 sono tornati temporaneamente a Fivizzano per una mostra di due mesi, nello stesso luogo dove erano stati custoditi per 350 anni, grazie all'impegno dell'amministrazione comunale e alla curatela di Barbara Sisti e Francesco Leonardi. Poi sono ripartiti per Firenze. Quello che il museo conserva stabilmente racconta comunque secoli di storia straordinaria: il busto dorato del papa in teca di vetro, la corona del Marzocco — il simbolo della Signoria fiorentina distrutto nel bombardamento del 18 luglio 1944 e ricostruito da Firenze come dono nel 1968 — un trittico devozionale dorato con miniature sacre, un reliquiario esagonale in legno dorato e vetro, dipinti di scuola barocca tra cui una toccante Annunciazione e una Madonna con santi. Attraverso il pavimento in vetro si vedono i resti delle fondamenta medievali originali. Il corridoio ospita una mostra degli Uffizi Diffusi sul paesaggio apuano del Monte Forato — segno concreto di come Fivizzano sia oggi interlocutore attivo della cultura nazionale.
La Candidatura: "Come un Libro Aperto"
Il progetto con cui Fivizzano concorre al titolo di Capitale Italiana del Libro 2027 si chiama "Come un Libro Aperto". L'idea è che l'intero territorio, con i suoi borghi, le sue valli e le sue storie, diventi per un anno intero uno spazio aperto di lettura, incontro e cultura. Mostre, conferenze, spettacoli, incontri con autori, iniziative nelle scuole — ma anche qualcosa di più duraturo: la rete di biblioteche diffuse "LeggerMENTE" che collegherà i borghi del territorio, e il rilancio del Museo della Stampa "Jacopo da Fivizzano" — attualmente chiuso dal terremoto del 2013 — come hub culturale permanente di rilevanza nazionale.
Entro il 31 luglio 2026 la commissione ministeriale sceglierà la città vincitrice, assegnandole un contributo fino a 500.000 euro. Qualunque cosa succeda, Fivizzano ha già vinto qualcosa di importante: il riconoscimento che la sua storia con il libro non è folklore locale, ma patrimonio del paese intero.
Fivizzano non ha bisogno del titolo per dimostrare di essere una terra del libro. Lo è stata prima che esistessero le classifiche. Ma la candidatura del 2027 racconta qualcosa di più profondo: la volontà di un borgo antico di proiettarsi nel futuro con la stessa materia di cui è fatto il suo passato — carta, inchiostro, e la tenace convinzione che le parole cambino il mondo.
Come le cambiò Jacopo, quando nel 1472, in un angolo di montagna toscana, impresse su carta il testo di Virgilio e — senza saperlo — aprì un libro che il mondo avrebbe letto per secoli.









