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Scritto da Redazione
Politica
02 Marzo 2026

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Il dibattito che si sta aprendo intorno alla proroga di due anni per l’applicazione delle norme sull’obbligo di filiera corta per le aziende estrattive, ruota, al momento, intorno a enunciazioni di principio senza entrare nella concretezza dei dati.Sui principi ci siamo già espressi nell’ultimo nostro comunicato in cui chiedevamo all’Amministrazione di non concedere proroghe, spiegandone anche i motivi. Sempre relativamente ai principi e in particolare sull’obbligo della lavorazione nella filiera locale, vogliamo ribadire ancora una volta il nostro NO, fermo e deciso, a ogni modifica peggiorativa della legge regionale 35/2015 e anche della legge 52/2025, per quel che concerne l’introduzione dell’obbligo di filiera nei bandi di gara per l’attribuzione delle future concessioni. Vorremmo però affrontare ora la questione da un’angolazione diversa, sulla quale chiediamo all’Amministrazione di riflettere attentamente.

Innanzitutto la decisione di prolungare in maniera generalizzata il periodo “transitorio”, basata oltretutto esclusivamente sui dati aggregati relativi al mancato raggiungimento della quota del 50 per cento, appare come l’ennesima scorciatoia per rinviare – ancora una volta – l’applicazione seria e rigorosa di norme che sono state pensate per garantire alla collettività una gestione sostenibile sul piano ambientale e sociale di un patrimonio pubblico quali sono gli agri marmiferi. Sarebbe invece opportuno (o meglio necessario) che, prima di ogni altra cosa, i dati sul raggiungimento o meno della percentuale di filiera corta fossero resi pubblici, in maniera trasparente. Ad esempio quali sono le aziende e le relative cave che sono al di sotto del 50 per cento? E di quanto, ciascuna cava, è distante dall’obiettivo? Ancora: qual è il rapporto fra la percentuale di filiera corta e la quantità di materiali estratti? E quali sono i valori economici in gioco e quali sono i fatturati e gli utili che ciascuna di queste aziende realizza? A nostro avviso infatti, è differente la situazione di una azienda che arriva al 45 per cento di filiera da un’altra che sta al 30, al 25 o addirittura al 10 per cento. È diverso se una cava sta al 40 per cento estraendo 100 tonnellate da un’altra che ha la stessa percentuale estraendone 500 (stiamo ragionando ovviamente su quantitativi astratti e parametrali). E ancora, è ovvio che, se una cava sta al 40 per cento e ha utili del 30 per cento sul fatturato e un’altra, con la stessa percentuale di filiera corta, ha utili del 10 per cento, non possono avere uguale accesso a una eventuale “proroga”.

Non da ultimo: le eventuali proroghe del termine, differenziate caso per caso, dovrebbero essere concesse in base alla presentazione di un programma attendibile (e verificabile) di incremento delle lavorazioni in loco, di crescita occupazionale, di riequilibrio fra estrazione e trasformazione. Viceversa, la proroga sic et simpliciter – come sembra proporre l’Amministrazione comunale – si trasformerebbe in una sorta di pur temporaneo “tana liberi tutti”, dimostrando che il rispetto delle regole non paga (l’abuso “italico” dei condoni docet) e finirebbe magari per frenare anche le aziende più virtuose che già hanno dimostrato impegno nella realizzazione della filiera.Insomma, ancora una volta riteniamo che sui dati relativi all’estrazione debba esserci piena e totale trasparenza e che il Comune, che rappresenta la collettività, debba tutelare prima di tutto l’interesse pubblico, senza cedere alle ben note pressioni delle aziende lapidee ma, al contrario, stimolarle (se non costringerle) a investire in progetti, in ricerca e sviluppo e alla oramai non più rinviabile responsabilità sociale e ambientale di impresa.

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