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Scritto da Carmen Federico
Politica
24 Marzo 2026

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Il responso delle urne è arrivato chiaro. Il No al referendum costituzionale sulla separazione delle carriere in magistratura ha prevalso con circa il 54 per cento dei voti, su un'affluenza che ha superato il 58% degli aventi diritto. Una partecipazione significativa, che conferisce al risultato un peso politico difficile da ridimensionare. La riforma bocciata prevedeva tre interventi strutturali sull'ordinamento giudiziario: la separazione definitiva tra le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, la creazione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura e l'istituzione di un'Alta Corte disciplinare per i magistrati. Misure che il centrodestra sosteneva da anni come necessarie per garantire l'imparzialità del sistema giudiziario e che erano state inserite nel programma elettorale della coalizione oggi al governo.
Il voto, tuttavia, ha raccontato qualcosa di più complesso di una semplice dialettica destra-sinistra. Il No ha vinto in tredici regioni su venti, prevalendo anche in territori tradizionalmente non ostili al centrodestra. L'analisi del voto rivela che una quota significativa di elettori che normalmente non si recano alle urne ha scelto di farlo questa volta, orientandosi in prevalenza per il No. Un dato che suggerisce come il referendum abbia intercettato una sfiducia più diffusa, che va oltre il merito specifico della riforma.
Sul piano strettamente giuridico, il dibattito era tutt'altro che univoco. I sostenitori della riforma avevano argomenti solidi: la promiscuità tra le funzioni requirenti e giudicanti è una anomalia italiana rispetto alla maggior parte degli ordinamenti europei, e il rischio di un condizionamento — anche solo culturale — tra chi accusa e chi giudica è una questione che la dottrina giuridica discute da decenni. I contrari, invece, sostenevano che la riforma avrebbe indebolito l'indipendenza della magistratura nel suo complesso, favorendo un sistema in cui il pubblico ministero, separato dai giudici, sarebbe diventato più permeabile alle pressioni del potere esecutivo.
Entrambe le posizioni avevano una loro coerenza. Il voto ha scelto una direzione, ma non ha risolto il problema di fondo.
Il governo Meloni incassa la prima sconfitta in un referendum costituzionale dall'inizio della legislatura. Una sconfitta che ha un peso simbolico rilevante, anche se non determina conseguenze dirette sulla tenuta dell'esecutivo. Meloni ha commentato con sobrietà, riconoscendo il responso popolare e confermando la volontà di proseguire il mandato. L'opposizione, guidata da Schlein e Conte, ha esultato parlando di svolta e di nuova energia politica in vista delle elezioni del 2027.
Quel che resta, al netto delle celebrazioni e delle recriminazioni, è un sistema giudiziario italiano che continua ad avere nodi irrisolti: lentezza dei processi, disparità nell'applicazione delle garanzie, un rapporto ancora fragile tra cittadini e istituzioni giudiziarie. Il referendum ha chiuso una partita, ma non ha aperto soluzioni.
Chi ha vinto ha ora la responsabilità di dimostrare che il No non era solo un voto contro qualcosa, ma l'inizio di una proposta alternativa credibile. La democrazia referendaria funziona quando chi partecipa è consapevole non solo di ciò che rifiuta, ma anche di ciò che intende costruire.
Il Paese ha parlato. Ora tocca alla politica ascoltare — e rispondere.

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