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Scritto da Florida Nicolai
Politica
02 Marzo 2026

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L’Autorità Portuale ha in programma di “trapiantare” 27 pini storici su viale Cristoforo Colombo per rifare il marciapiede. L’operazione viene presentata come rispettosa del verde, con toni rassicuranti che abbiamo già sentito altre volte, e sappiamo com’è andata a finire. Ma solleva gravissime perplessità tecniche, economiche e giuridiche.

Un metodo collaudato (e un’escalation)

Non è la prima volta che i cittadini vengono rassicurati sul destino dei pini di viale Colombo. Nel 2019, alcuni esemplari furono abbattuti e sostituiti con palme Washingtonia robusta, senza alcuna perizia a giustificarli. Nel maggio 2025, l’assessora ai Lavori Pubblici Elena Guadagni dichiarava su Il Tirreno che si valutava l’eliminazione di ulteriori pini “su richiesta di una categoria”, senza specificare quale, senza partecipazione, senza che nessuno avesse chiesto parere ai cittadini. Arca denunciò allora l’inaccessibilità delle tavole progettuali: i cittadini non potevano vedere i documenti su cui si fondavano decisioni che li riguardavano. I dubbi di allora su chi fosse la “categoria” interessata, sono ora dissipati. Qualche mese prima, sei pini erano stati abbattuti in circostanze che meritano di essere ricordate. La perizia agronomica commissionata dalla società Water Front – redatta dalla dottoressa Marina Gandolfo – li indicava come sani, stabili, non pericolosi (classe C). Oggi il copione si ripete, ma con un’escalation: si ha una perizia che attesta la salute degli alberi, e allora non si parla più di abbattere, ma di “trapiantare”. Sembra un passo avanti; in realtà è solo una messa in scena più raffinata.

“Sradicati e ripiantati”: una storia per bambini

Chiediamo a qualunque professionista indipendente in arboricoltura di confermare ciò che la scienza dice chiaramente: il trapianto di pini adulti ha tassi di mortalità che superano largamente quelli di sopravvivenza. Un Pinus pinea maturo sviluppa in decenni un apparato radicale esteso e profondo, in simbiosi con il suolo attraverso reti micorriziche che nessun trapianto può preservare. Lo sradicamento traumatizza irreversibilmente questa struttura. Operazioni del genere sono riservate a esemplari di valore monumentale eccezionale – e anche in quei casi sono scommesse costosissime, non garanzie. I cittadini, sui social, hanno capito subito: il “trapianto” è una strategia comunicativa. Serve a far credere che l’Autorità Portuale stia facendo di tutto per salvare i pini, quando l’esito più probabile – scientificamente atteso – è la loro morte differita. Formalmente nessuno li abbatte; sostanzialmente non ci saranno più.

La frase che rivela tutto

Nell’articolo compare, quasi di sfuggita, un’affermazione rivelatrice: «È ormai conoscenza acquisita che i pini non siano l’essenza ideale per il tessuto urbano». Acquisita da chi? Su quale base scientifica? Il Pinus pinea è presente nei centri urbani italiani da almeno tremila anni. Ha strutturato il paesaggio costiero mediterraneo ben prima che esistessero le Autorità Portuali e gli Water Front. Definirlo “non ideale” non è una verità scientifica: è una narrazione costruita per rendere accettabile ciò che altrimenti non lo sarebbe. Spacciata per scienza consolidata, senza fonte né studio, diventa disinformazione. E il giornalista che la riporta senza una domanda critica non informa: amplifica.

Chi paga il prezzo, chi incassa

L’agronomo incaricato dalla Porto Authority ha valutato tutti i 27 pini: il responso è «ottimo». Sono tutti sani. Lo dice chi doveva trovare una ragione tecnica per giustificare l’intervento. Eppure, vengono sradicati lo stesso. Perché? Non per necessità biologica, non per rischio di caduta, l’unica condizione che la giurisprudenza riconosce legittima per intervenire su alberi maturi. Li sradicano perché le radici sollevano il marciapiede. E il marciapiede va rifatto perché il Water Front deve avere il suo “salotto green”, rispondendo a logiche portuali e interessi privati che non vengono mai nominati nei documenti pubblici. Questo si chiama esternalizzazione: i costi ambientali, paesaggistici, collettivi li pagano tutti i cittadini; i benefici li incassa chi ha interesse economico nel progetto. Di solito si cerca di mascherarlo con una giustificazione tecnica credibile. Qui non serve: bastano un agronomo, una formula rassicurante e un articolo che non fa domande. Esistono soluzioni collaudate per rifare marciapiedi in presenza di alberature mature: pavimentazioni modulari rimovibili, guaine di protezione radicale, sottofondi drenanti. Sono tecnologie applicate in decine di città italiane ed europee. Sradicare 27 pini storici sani per un marciapiede, nel 2026, non è una necessità tecnica: è una scelta politica a favore di pochi. Chi la compie dovrebbe avere il coraggio di dirlo, invece di nascondersi dietro la retorica dell’“attenzione estrema”.

Il Regolamento del Verde: abiurato prima di nascere?

Il Comune di Carrara sta per approvare il nuovo Regolamento del Verde urbano. Un documento che, pur con limiti seri – non introduce quella inversione di paradigma che l’art. 9 della Costituzione imporrebbe, e lascia gli alberi esposti a formule vaghe come “rigenerazione urbanistica” – contiene principi che, se applicati, renderebbero quest’operazione quanto meno difficile da autorizzare. Il Regolamento prevede un Piano di Salvaguardia obbligatorio per qualsiasi intervento in presenza di alberature: protezioni fisiche, divieto di scavi entro l’area di pertinenza radicale, supervisione tecnica. Il progetto presentato fa l’esatto opposto: rimuove le piante dal loro luogo di crescita, le strappa e le reimpianta, mettendole in condizioni di sopravvivenza precaria, statisticamente improbabile. Prevede inoltre “particolare attenzione agli alberi di pregio storico, monumentale o ecologico”. Questi 27 pini fanno parte di un sistema alberato con doppio vincolo paesaggistico (DD.MM. 1953 e 1969, DLgs 42/2004). Sono la memoria vegetale di Marina di Carrara. E allora: il Comune, che siede al tavolo con l’Autorità Portuale, ha verificato la conformità del progetto al proprio Regolamento? Ha preteso soluzioni alternative – un marciapiede costruito attorno agli alberi – prima di autorizzare un intervento così invasivo? A giudicare dal silenzio, sembra di no. Il Regolamento, per l’amministrazione, vale solo per i privati. Per i grandi enti, per le opere pubbliche, per i “salotti buoni” del porto, le regole si possono aggirare. O peggio: ignorare.

E la Soprintendenza?

L’area è soggetta a vincolo paesaggistico. Nel 2019, cittadini e comitati scrissero all’allora Soprintendente Angela Acordon denunciando l’assenza di intervento di fronte all’abbattimento di pini. Oggi la domanda è identica: è stato richiesto e ottenuto il nulla osta paesaggistico? La Soprintendenza è stata informata di questo “trapianto” che modifica irreversibilmente un paesaggio tutelato? E se sì, quali valutazioni ha espresso?

Il precedente che inquieta

Quando si denunciò l’abbattimento dei sei pini sani e vincolati, ci si chiese: “Perché proprio quelli e in quel momento?”. Oggi la domanda si ripete, con numeri più alti. Sembra che, nonostante proclami e nuovi regolamenti, la prassi resti la stessa: gli alberi si tolgono, i cittadini si informano dopo, le istituzioni tacciono.

Il quadro giuridico: alberi maturi come beni comuni

La giurisprudenza consolidata stabilisce che un albero maturo in contesto urbano non può essere manomesso se non per comprovati e seri rischi di caduta. Non è questo il caso. L’art. 9 della Costituzione tutela il paesaggio e l’ambiente come patrimonio nazionale. I pini non sono oggetti di arredo, ma beni comuni la cui difesa è dovere istituzionale prima che civile. Un intervento che ne comprometta l’integrità senza necessità di sicurezza pubblica configura un potenziale attentato a questo principio.

Conclusione

Non si può raccontare come “salvataggio” ciò che molto probabilmente segnerà la condanna di questi alberi. I pini di viale Colombo, purtroppo solo quelli sopravvissuti, sono parte della storia e del paesaggio di Marina di Carrara. Meritano rispetto, non operazioni di facciata – costosissime, molto più costose delle alternative ingegneristiche collaudate che il progresso offre. Se il “salotto nuovo” del porto non può convivere con loro, sarà il salotto a dover cambiare progetto. Non gli alberi. Ricordo inoltre (e non è davvero secondario) che un'azione non deliberata (quale può essere un abbattimento o una potatura) condotta nella consapevolezza di poter produrre un danno all'avifauna è equiparata a dolo, secondo la Corte europea. E da marzo ad agosto c’è la tutela assoluta. Ci auguriamo che associazioni e gruppi di cittadini procedano con richieste di interruzione amministrativa (moratoria e diffida) e con azioni penali (denuncia alla Procura). Il tempo per fermare questa mattanza è ora.

 

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