Politica
Museo della Memoria di Bergiola, anni di promesse: la critica del consigliere Mirabella
"Ancora oggi, a ben 82 anni dall'eccidio (1944-2026), il sindaco Arrighi parla di "lavori ancora da ultimare", infatti la struttura non è ancora ufficialmente e pienamente…

Cerimonia per l'82° anniversario della strage di Bergiola Foscalina: presenti tutte le istituzioni
Si è tenuta mercoledì 16 settembre, la cerimonia commemorativa dell'82° Anniversario della Strage di Bergiola Foscalina, evento patrocinato dalla Provincia di Massa-Carrara. A rappresentare l'amministrazione…

Villaggio San Luca, infiltrazioni e promesse disattese. «Adesso basta, il Comune intervenga»
«È il momento di dire basta. Basta promesse non mantenute e basta con il menefreghismo di un'amministrazione che continua a lasciare soli i cittadini». Lo…

CPR ad Aulla: Schianchi di FdI definisce "ideologico" l'atteggiamento del Governo, Valettini prenda le distanze
Arriva dalla segreteria provinciale di FdI Massa Carrara e Lunigiana un'analisi critica sul Cpr di Aulla che chiama in causa il sindaco di Aulla e…

Importanti nomine regionali per i dirigenti FdI del territorio: quattro apuani ai vertici dei dipartimenti regionali Toscana di Fratelli d'italia
Fratelli d'Italia Massa Carrara attraverso il coordinatore provinciale del partito Marco Guidi esprime grande soddisfazione per le recenti nomine regionali che vedono protagonisti alcuni dirigenti…

Cantieri elettorali e città paralizzata: il grande bluff del restyling di Carrara
Opere urbanistiche come strumento di propaganda elettorale: è quanto suggerisce Cristina Pinelli di Forza Italia nei confronti dell'amministrazione di Serena Arrighi: "L’amministrazione comunale uscente merita un…

Via Bigioni, una strada sempre più pericolosa: FdI annuncia un'interpellanza in consiglio comunale
Via Bigioni, a Marina di Carrara, è diventata una situazione di rischio quotidiano per residenti, automobilisti e soprattutto per i pedoni.La…

Sicurezza: Persiani, anche a Massa pronti a sostenere l'aumento dei militari per l'operazione Strade Sicure
Massa, 15 setembre. - "La priorità per la nostra Amministrazione e per il territorio è la sicurezza dei nostri cittadini, di chi lavora e dei tanti turisti che…

Difesa della costa e sedimenti marini, Barabotti: «La Regione si sveglia dopo anni di ritardi. Giani intervenga prima dell'inverno»
Massa, 15 settembre 2026 – «L'approvazione da parte della Giunta regionale della delibera sui valori chimici locali dei sedimenti marini non è una vittoria da celebrare,…

Carrara pronta a fare la propria parte per chiedere più personale di sostegno nelle scuole secondarie
Nel giorno della prima campanella nelle scuole cittadine si è riunita oggi la commissione Sanità presieduta da Guido Bianchini per ascoltare il garante per i…

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Il dibattito sulla sicurezza in Europa si arricchisce di un nuovo tassello grazie all'analisi dell'onorevole Souad Sbai, giornalista, ex parlamentare ed esperta di islamismo politico, in un intervento pubblicato su Il Tempo e ripreso da Dire News Oggi.
𝐔𝐧 𝐟𝐞𝐧𝐨𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐥𝐥𝐞
Secondo Sbai, gli studi più autorevoli sull'islamismo politico — da Bassam Tibi a Gilles Kepel, passando per Olivier Roy, Lorenzo Vidino, Fernando Reinares e Ahmad Mansour — convergono su un punto: la minaccia jihadista non si combatte più soltanto sul piano militare o dell'intelligence, ma richiede di affrontare l'intero sistema politico, sociale e digitale che la alimenta. La domanda che pone l'onorevole è diretta: l'Europa è davvero attrezzata per questa sfida allargata?
𝐈𝐥 𝐧𝐨𝐝𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥'𝐢𝐧𝐭𝐞𝐠𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐦𝐚𝐧𝐜𝐚𝐭𝐚
Uno dei punti centrali dell'analisi riguarda l'errore strategico di aver trattato per anni immigrazione, sicurezza e radicalizzazione come questioni separate. Richiamando le tesi di Ahmad Mansour, Sbai osserva che ridurre l'integrazione a una somma di lavoro, lingua e accesso ai servizi, senza includere il senso di appartenenza civica e l'adesione ai valori democratici, produce un vuoto che può essere colmato da identità alternative e non di rado ostili al sistema democratico stesso.
Per l'onorevole, una democrazia non va intesa come semplice confine geografico, ma come un patto di regole — libertà individuale, uguaglianza davanti alla legge, pluralismo, libertà religiosa, rifiuto della violenza politica — che "non ammettono negoziati". Quando questi principi vengono messi in discussione in nome dell'appartenenza comunitaria, avverte, l'integrazione rischia di trasformarsi in separazione.
𝐃𝐢𝐬𝐭𝐢𝐧𝐠𝐮𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞
Sbai insiste su un punto delicato ma centrale: analizzare con chiarezza le differenze tra Islam, islamismo politico dei Fratelli Musulmani e jihadismo non significa colpire una fede religiosa, bensì fare luce sulle reti transnazionali di finanziamento, organizzazione e propaganda che sostengono queste ideologie. È un distinguo che, secondo l'onorevole, l'Europa ha spesso evitato per timore di alimentare accuse di discriminazione, finendo però per indebolire la propria capacità di lettura del fenomeno.
𝐔𝐧𝐚 𝐛𝐚𝐭𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞
Perso il controllo diretto di un territorio, l'estremismo islamico — sostiene Sbai — continua a esercitare influenza attraverso l'attivismo online, le reti transnazionali e la pressione esercitata su specifiche comunità, promuovendo modelli identitari alternativi a quelli delle società occidentali. Paesi come Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Regno Unito rappresenterebbero, secondo questa lettura, varianti dello stesso problema: società formalmente multiculturali ma segnate da fratture identitarie e dalla difficoltà di costruire un'idea condivisa di cittadinanza.
𝐈𝐥 𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐛𝐚𝐧𝐜𝐨 𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐚
La conclusione dell'onorevole Sbai è netta: la sfida non si misura contando i terroristi individuati dalle forze dell'ordine, ma valutando la capacità di uno Stato di costruire appartenenza, far rispettare le proprie regole e difendere senza cedimenti il proprio ordine democratico. La radicalizzazione, scrive, è quasi sempre "l'ultimo anello di una catena": la partita decisiva si gioca molto prima, nella scuola, nelle periferie, nelle carceri e negli ambienti digitali.
Trattare il fenomeno come una semplice emergenza di ordine pubblico, secondo Sbai, significa condannarsi a rincorrere il problema anziché prevenirlo — intervenendo solo quando la radicalizzazione è già avvenuta e risulta molto più difficile da arginare.
Fonte: Souad Sbai, "L'Europa e la capacità di affrontare la minaccia jihadista", Il Tempo, ripreso da Dire News Oggi.
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𝐋𝐚 𝐬𝐞𝐧𝐚𝐭𝐫𝐢𝐜𝐞 𝐥𝐞𝐠𝐡𝐢𝐬𝐭𝐚, 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐦𝐦𝐢𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚 𝐞 𝐜𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐭𝐫𝐢𝐜𝐞 𝐝𝐢 𝐃𝐨𝐩𝐩𝐢𝐚 𝐃𝐢𝐟𝐞𝐬𝐚: "𝐈𝐥 𝐂𝐨𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐑𝐨𝐬𝐬𝐨 è 𝐮𝐧𝐚 𝐥𝐞𝐠𝐠𝐞 𝐬𝐚𝐥𝐯𝐚𝐯𝐢𝐭𝐚, 𝐦𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐯𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐚𝐩𝐩𝐥𝐢𝐜𝐚𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐝𝐨𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞". Un nuovo femminicidio, l'ennesimo caso di una donna che aveva denunciato e che lo Stato non è riuscito a proteggere in tempo. A commentare la vicenda è Giulia Bongiorno, senatrice della Lega, presidente della Commissione Giustizia del Senato e cofondatrice dell'associazione Doppia Difesa, intervistata da Virginia Piccolillo per il Corriere della Sera.Per Bongiorno si tratta di una situazione «intollerabile». La senatrice ricorda le difficoltà che una donna incontra nel denunciare un partner o un ex partner, e sottolinea come proprio nel momento in cui trova il coraggio di farlo debba scattare un aiuto immediato. È il principio alla base del Codice Rosso, la legge del 2019 di cui è firmataria, pensata per garantire priorità assoluta alle donne in pericolo.
𝐔𝐧𝐚 𝐥𝐞𝐠𝐠𝐞 𝐬𝐚𝐥𝐯𝐚𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚
Interrogata sul perché, nonostante la norma, i femminicidi continuino a verificarsi, Bongiorno non nasconde le criticità. Il Codice Rosso richiama esplicitamente il linguaggio dei pronto soccorso: come per un infarto, anche una denuncia di violenza dovrebbe ricevere una risposta immediata, con l'ascolto della vittima entro tre giorni e una rapida valutazione delle misure cautelari. Ma quando il sistema non risponde con la stessa tempestività, il problema — spiega la senatrice — non è della legge in sé, ma di come viene applicata sul campo.
La presidente della Commissione Giustizia ammette apertamente che esistono ritardi, sottovalutazioni dei rischi e, in alcuni casi, l'adozione di misure troppo blande. Denuncia inoltre un atteggiamento culturale ancora diffuso, quello che porta a derubricare certi comportamenti come "normali", e critica lo stesso utilizzo dell'aggettivo "domestica" per descrivere una violenza che, a suo dire, è a tutti gli effetti selvaggia.
𝐈 𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐨𝐯𝐚𝐥𝐮𝐭𝐚𝐫𝐞
Secondo Bongiorno, minacce, forme di controllo, ricatti e violenze psicologiche non vanno letti come episodi isolati, ma come tasselli di un unico disegno persecutorio. La responsabilità di riconoscerli e agire di conseguenza spetta a chi prende in carico ogni singolo caso: forze dell'ordine e magistratura, chiamate ad ascoltare tempestivamente le vittime e a non minimizzare alcun campanello d'allarme.
Netta la posizione sulle conseguenze da adottare nei casi più gravi: per la senatrice, un uomo che minaccia in modo serio o perseguita la propria vittima difficilmente si fermerà davanti a un semplice ammonimento o a un divieto di avvicinamento. In questi casi, sostiene, l'unica misura realmente efficace resta il carcere.
Fonte: intervista di Virginia Piccolillo a Giulia Bongiorno, Corriere della Sera
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Federico Cenderelli del comitato Avenza Si R-Esiste ha replicato al Cai in relazione al concerto che si è tenuto a Campocecina: "Rispondiamo alle controversie legate all' articolo su Campocecina, il quale è stato realizzato non per attaccare l'iniziativa del CAI, anzi da noi lodata per lo spirito e per il coraggio, ma per evidenziare la necessità di una migliore collaborazione con il Comune di Carrara riguardo all'organizzazione logistica dell’evento. È quest'ultimo, infatti, il responsabile della mala gestio dei parcheggi, dell’assenza o della presenza ridotta di agenti, situazioni che hanno creato problematiche che avrebbero potuto portare a drammatiche conseguenze. Responsabilizzare il Comune non significa voler fermare queste iniziative, ma pretendere che l'amministrazione le supporti con adeguati servizi necessari a garantire la sicurezza di tutti. In merito al disagio legato ai rifiuti citato nell'articolo, ci scusiamo sinceramente per l'incomprensione che il testo può aver generato riguardo alla giornata specifica in cui si sono verificati i problemi. Non era nostra intenzione attribuire colpe agli organizzatori, al contrario cogliamo questa occasione per ringraziare gli stessi per l'eccellente lavoro di pulizia, svolto subito dopo la fine dell'evento. Noi di Si R-Esiste, ribadiamo con forza la necessità di un cambiamento radicale nella gestione del nostro territorio montano e chiediamo alle istituzioni un presidio attivo e programmato, in particolare nei giorni e nelle date in cui si prevede un maggior rischio di afflusso e di potenziale abbandono di rifiuti. La tutela di Campocecina non può gravare solo sulle spalle dei volontari, ma deve essere una priorità politica ed amministrativa.Ringraziamo ancora una volta il CAI e tutti i partecipanti per l'impegno dimostrato verso le nostre montagne, auspicando che questa volontà di cambiamento sia reciproca".
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La scadenza del 30 giugno doveva rappresentare il momento della verità per l'attuazione dei progetti del PNRR legati alla Missione 5 (Inclusione e Coesione) nell'Ambito Apuano (Carrara, Massa, Montignoso e ASL). Dai dati a noi noti, oggi ci troviamo di fronte a una situazione amministrativa e politica preoccupante: cantieri al palo, servizi sociosanitari non attivati e il concreto rischio che i ritardi compromettano oltre 3,5 milioni di euro di finanziamenti europei destinati ai cittadini più fragili. Come lista civica, presente in Consiglio Comunale, chiediamo conto delle responsabilità politiche del vicesindaco Roberta Crudeli e soprattutto del sindaco Serena Arrighi, nella sua veste istituzionale di Presidente dell'Articolazione Zonale Apuana (la Conferenza dei Sindaci della Zona Distretto).Invece di garantire un'azione incisiva e un monitoraggio costante, la presidenza dell'Articolazione Zonale ha evidenziato una rilevante carenza d'impulso politico. Chiediamo pubblicamente alla Arrighi di realizzare un bel video su quante riunioni formali dell'Articolazione Zonale ha convocato specificamente sul PNRR sociale. E quante volte si sono seduti allo stesso tavolo i Comuni dell'Ambito e la dirigenza ASL per sbloccare le criticità burocratiche prima di arrivare fuori tempo massimo. E di illustrare nel video tutti i progetti del sociale che non sono mai stati illustrati. Chiediamo conto quindi , euro su euro, dei 7 progetti della Missione 5 gestiti dall'Ambito:
-Percorsi di Autonomia per Persone con Disabilità (Investimento 1.2) – 715.000 €: Gli adeguamenti degli alloggi domotici e le gare per i dispositivi tecnologici volti alla vita indipendente sono bloccati dai ritardi burocratici.
-Housing First e Alloggi Temporanei (Investimento 1.3.1) – 710.000 €: Gli interventi edili di ristrutturazione degli appartamenti da destinare all'accoglienza di emergenza non sono finiti.
-Stazioni di Posta per la Marginalità Estrema (Investimento 1.3.2) – 1.090.000 €: Il centro di servizi essenziali e accoglienza per i senza dimora accumula gravi ritardi nei cantieri materiali.
-Sostegno alle Famiglie Vulnerabili e Genitorialità - P.I.P.P.I. (Investimento 1.1.1) – 211.500 €: Nonostante l'avvio formale, la carenza organica di assistenti sociali ed educatori ne limita drasticamente l'operatività reale sulle liste d'attesa.
-Autonomia degli Anziani Non Autosufficienti (Investimento 1.1.3) – 330.000 €: Le procedure per le dotazioni di domotica e assistenza domiciliare avanzano a rilento, lasciando i servizi solo sulla carta.
-Rafforzamento dei Servizi Sociali e Prevenzione Burn-out (Investimento 1.1.4) – 210.000 €: La formazione e la tutela degli operatori procedono a singhiozzo e non sono state uniformemente rendicontate.
-Digitalizzazione e Punti Digitale Facile – Finanziamenti dedicati: L'integrazione delle banche dati sociosanitarie tra i Comuni di Carrara, Massa, Montignoso e la USL Toscana Nord Ovest è ancora lontana dall'essere completata.
A questo quadro sconfortante si aggiunge il ritardo nei presidi sanitari territoriali finanziati dalla Missione 6, a partire dalla Casa e Ospedale di Comunità di Carrara presso l'ex Ospedale Civico. I ritardi accumulati nella gestione delle deleghe al Sociale e alla Sanità dall'assessore Crudeli del PD e la mancata regia del sindaco Arrighi, a nostro giudizio, mettono a rischio la rendicontazione dei dati di spesa sulla piattaforma ministeriale ReGiS. Il pericolo reale è che i ritardi costringano il Comune di Carrara, come e' accaduto gia' per altri progetti PNRR, a coprire i costi con risorse proprie o a tagliare i servizi futuri. Sarebbe il caso, per informare i cittadini ed essere trasparenti, che Arrighi e Crudeli vengano con urgenza a riferire in Consiglio Comunale e nella Commissione consiliare preposta, portando i verbali dell'Articolazione Zonale e i report ufficiali caricati su ReGiS. Per il bene dei cittadini carraresi vorrei sbagliarmi, ma se come sembra la Giunta non fosse in grado di mettere a terra oltre 3,5 milioni di euro per i più deboli, ne tragga le dovute conseguenze politiche pubblicamente.
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Partiranno come da programma lunedì prossimo, 24 agosto, i lavori di rifacimento e ripavimentazione di via Verdi. Grazie a un investimento da oltre 2,3 milioni di euro finanziato con il bando delle periferie una delle principali arterie del centro cittadino sarà completamente rifatta. Il termine dei lavori è previsto per la primavera 2027.I cantieri di via Verdi saranno divisi in due lotti principali: uno da via del Cavatore fino a via Solferino e un altro da via Solferino a piazza Accademia. Il primo lotto partirà lunedì prossimo, 24 agosto, con l'allestimento del cantiere, il secondo invece si aprirà lunedì 15 settembre.Per diminuire il più possibile i disagi legati alle lavorazioni è previsto l'avanzamento del cantiere per step, andando così a chiudere progressivamente singoli tratti di strada alla volta. L'ultimo tratto di via Verdi a essere rifatto sarà quello che dall'incrocio con via Roma scende fino a piazza Accademia e a via VII Luglio dove, secondo il cronoprogramma, si interverrà a inizio 2027. È inoltre già stata prevista una sospensione del cantiere dal 15 dicembre al 15 gennaio, in contemporanea con le festività natalizie.L'organizzazione del cantiere e le novità legate a traffico e viabilità sono state illustrate ieri sera, mercoledì 19 agosto, dalla sindaca Serena Arrighi assieme agli assessori Elena Guadagni, Moreno Lorenzini e Gianmaria Nardi che per la seconda volta in poche settimane hanno incontrato residenti e commercianti di via Verdi.«Il rifacimento di via Verdi – dice la sindaca Serena Arrighi – rappresenta l'ultimo tassello di un esteso e complesso progetto di riqualificazione urbana del centro iniziato di questi anni e che ha riguardato, tra gli altri, i cantieri già conclusi per i nuovi marciapiedi di Carrara Est e Carrara Ovest, la messa in sicurezza idraulica di Canal del Rio e il restauro, attualmente in corso, di palazzo Rosso e palazzo Pisani. Noi crediamo che il bello, il decoro e una riappropriazione degli spazi della città siano un elemento fondamentale nella costruzione del suo futuro. Via Verdi, completamente rifatta e ripavimentata, diverrà finalmente quella grande passeggiata in grado di unire alcuni dei luoghi più belli e identitari del centro storico di cui si è sempre parlato. Necessariamente nei prossimi mesi ci sarà qualche disagio, per questo abbiamo studiato provvedimenti mirati a ridurli al minimo e abbiamo voluto incontrare più volte in queste settimane chi vive e lavora in tutta la strada. Vogliamo che questo confronto diretto continui anche in futuro e saremo sempre pronti ad ascoltare i suggerimenti di tutti e, se necessario, ad approntare tutti i correttivi necessari».Il progetto prevede un completo restyling di via Verdi: via gli attuali marciapiedi, ma via anche l'asfalto dalla carreggiata, tutta la strada sarà completamente pavimentata in Pietra di Matraia, lo stesso materiale usato recentemente per rifare i marciapiedi di Carrara Est, e sarà senza cordoli da via del Cavatore fino a via Roma. Il cantiere prevede inoltre il rifacimento dell'acquedotto.
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Tra il 15 e il 18 agosto l'Italia ha contato tre femminicidi in tre giorni, in tre luoghi diversi. Joanna Rouissi, 50 anni, accoltellata alla gola dal marito a Colleferro, davanti a uno dei suoi cinque figli. Tania Terrin, 39 anni, strangolata a Camponogara (Venezia) dall'ex compagno che aveva già denunciato, e che il questore aveva già ammonito. Ornella Forastefano, 46 anni, pestata a morte e abbandonata agonizzante davanti al pronto soccorso di Trebisacce, nel Cosentino, dal compagno che è stato fermato mentre tentava di imbarcarsi per l'Albania. Tre donne, tre nomi, tre storie di uomini che non accettavano un rifiuto o una fine. Non sono statistiche: sono la ragione per cui la parola "femminicidio" esiste. A chi contesta il valore della parola femminicidio ricordo gli omicidi di Hina Saleem nel 2006, a Sarezzo, sepolta nell'orto con il volto rivolto alla Mecca, perché aveva scelto di vivere "all'occidentale" e di Saman Abbas, diciotto anni, uccisa con la complicità di padre, madre e zio, perché rifiutava un matrimonio combinato. Questi non sono "omicidi come tutti gli altri". Esiste il patriarcato, quello vero, quello che uccide una figlia per riportarla "all'ordine" della famiglia. Ed esiste — dal 17 dicembre 2025 — anche una norma che lo dice chiaro: l'art. 577-bis del codice penale, introdotto dalla legge 2 dicembre 2025, n. 181, approvata all'unanimità dal Parlamento.
𝐏𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐞𝐪𝐮𝐢𝐯𝐨𝐜𝐨: 𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐢𝐭à 𝐧𝐨𝐧 è 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐟𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚
L’articolo 3 della Costituzione citato dal Generale Roberto Vannacci a sostegno della sua tesi che i femminicidi siano omicidi con delle aggravanti già regolamentate dallo stato, ha due commi, non uno. Il primo sancisce l'eguaglianza formale. Il secondo impone alla Repubblica di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale" che di fatto impediscono la parità. È la Costituzione a dire che trattare situazioni diseguali come se fossero uguali non è giustizia: è cecità travestita da equità. Si tratta di una norma scritta dai costituenti apposta per imporla quando la disuguaglianza è un fatto, non un'opinione. E i numeri del Viminale dicono che l'omicidio in ambito familiare o affettivo ha per le donne una matrice statisticamente e criminologicamente diversa da quella maschile: possesso, controllo, rifiuto della separazione. Chiamarlo diversamente non è un privilegio, è precisione. Il codice penale prevede aggravanti specifiche per l'omicidio di minori, di persone con disabilità, di pubblici ufficiali, di chi commette il fatto per motivi di odio razziale o religioso. Il caso di Filippo Turetta, condannato all'ergastolo prima che esistesse il reato di femminicidio, viene citato dal generale Vannacci per provare che gli strumenti esistono già. È vero: l'ergastolo per Turetta è arrivato attraverso le aggravanti ordinarie — premeditazione, crudeltà, relazione affettiva. Ma proprio questo dimostra perché una fattispecie autonoma serve: non per inasprire una pena già massima, bensì per dare un nome giuridico a un fenomeno che prima veniva riconosciuto solo a posteriori, caso per caso, nell'aula di un tribunale. Il Comitato CEDAW delle Nazioni Unite, nel rapporto sull'Italia del febbraio 2024, aveva raccomandato esplicitamente di colmare questo vuoto, rilevando che il femminicidio non era definito come reato specifico nel nostro ordinamento. La legge 181/2025 non inventa un'aberrazione: recepisce un'indicazione internazionale, in linea con la Convenzione di Istanbul che l'Italia ha ratificato nel 2013 e con la direttiva UE 2024/1385 contro la violenza sulle donne.
Indicare nell’acquisizione del femminicidio come reato a se stante un "𝐜𝐚𝐯𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐓𝐫𝐨𝐢𝐚" che aprirà la strada all’affermazione di l categorie sempre più arbitrarie è un argomento retorico noto, si chiama slippery slope, ed è tanto suggestivo quanto vuoto: si può sempre immaginare una degenerazione futura per screditare una norma presente. Ma il diritto penale italiano distingue da sempre in base al movente — l'art. 61 c.p. è pieno di aggravanti soggettive — senza che questo abbia mai minato "l'universalità della giustizia". L'universalità non sta nel trattare tutti i fatti allo stesso modo, sta nel garantire a tutti le stesse garanzie processuali. E su questo, generale, la rassicuro: l'art. 577-bis prevede lo stesso giusto processo, la stessa presunzione di innocenza, lo stesso diritto di difesa di qualunque altro imputato. Nessun cavallo, nessuna Troia: solo una norma votata da 237 deputati, nessuno contrario. Mi permetto di aggiungere un'osservazione tecnica, da avvocato, perché credo ci sia un po' di confusione tra gli istituti. Se questa legge sembra un'aberrazione, resta da capire perché nessuno, tra i parlamentari che condividono questa posizione, abbia presentato alla Camera una proposta alternativa — magari per abrogare proprio le aggravanti "di categoria" che vengono contestate. Non servirebbe alcun referendum: l'art. 71 della Costituzione attribuisce l'iniziativa legislativa al Governo e a ciascun singolo membro delle Camere. Basta un deputato, un foglio protocollato e una firma. Nessuna raccolta firme, nessun gazebo. La proposta poteva essere presentata il giorno stesso dell'approvazione della legge 181/2025, se davvero la si voleva cambiare.
Il referendum è un'altra cosa e serve ad altro: quello abrogativo (art. 75 Cost.) richiede 500 mila firme o cinque Consigli regionali, e serve solo a cancellare una legge già in vigore, non a proporne una nuova — con la complicazione ulteriore che non si applica alle leggi penali. Quello di iniziativa popolare "propositiva", che permetterebbe ai cittadini di proporre un testo e non solo di abrogarne uno, in Italia non esiste ancora: è fermo in Parlamento come disegno di legge costituzionale, mai approvato. E qui vale la pena ricordare un principio elementare di gerarchia delle fonti: l'art. 577-bis c.p. è stato introdotto da una legge ordinaria, la n. 181/2025. Per modificarla o abrogarla basta un'altra legge ordinaria, di pari rango — non serve una legge costituzionale, non serve una maggioranza qualificata, non serve alcun referendum. Se fosse stata una norma costituzionale il discorso sarebbe diverso, ma non lo è. Quindi no: non serviva alcun referendum per intervenire. Sarebbe bastato un atto parlamentare, presentato da un solo deputato, con la maggioranza ordinaria delle Camere. Non essendo arrivato, mi sembra lecito chiedersi se la questione sollevata riguardi davvero un principio costituzionale, o piuttosto una posizione più comoda da sostenere a parole che da tradurre in un testo di legge. Nessuna organizzazione seria appiattisce tutto a un'unica regola indistinta. Trovo curioso che nel diritto, che è disciplina quanto quella militare, questa logica smetta improvvisamente di valere. La mia impressione, da avvocato, è che riconoscere come le donne in questo Paese muoiano spesso per un motivo specifico — il rifiuto di essere possedute — non sia una questione di uguaglianza formale, ma una questione di sguardo. E su questo, temo, lo sguardo continui a essere rivolto altrove.
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Nel Comitato Una montagna da salvare cresce la polemica sul murale e sui soldi pubblici spesi per un’opera finita tra i rifiuti. Anche la montagna, a rischio frane, si fa sentire in maniera provocatoria: “Basterà il murale di Mr.Savethewall ( al secolo Pierpaolo Perretti) a trattenere tutti i movimenti franosi in atto, abbellendo con la street art il tratto di strada che da Ponte di Forno arriva al monumento ai caduti?” Ricordare il disastro della Guang Rong con un dipinto da 109 mila euro non è digeribile agli occhi dei cittadini ,soprattutto a chi abita la montagna. Il comitato Una montagna da salvare allarga le braccia e si stupisce non poco: da tre anni una barriera di geoblocchi occupa metà carreggiata della strada che porta a Forno e non pochi sono stati gli incidenti occorsi. Da tre anni un semaforo ha regolamentato un senso unico alternato a causa di tre frane a pochi metri di distanza una dall’altra. “ Con il caldo dell’estate 2026 e l’assalto al fiume – scrive il comitato - si è pensato di rendere meno rischioso quel tratto impedendo alle auto di parcheggiare, con decisione finale di rimuovere il semaforo. Il problema resta: per decine di metri la strada, dopo la curva, si restringe ad una sola corsia di marcia e il rischio di un frontale non è remoto. Dopo tre anni davvero non riusciamo a rimuovere quei geoblocchi? Davvero non riusciamo a mettere in sicurezza quel tratto di versante che sovrasta la strada? In pochi metri si contano tre frane, contenute da pericolosi geoblocchi . In maniera ironica: visto che la provvisorietà diventa stabilità, perché non abbellire quel tratto con la street art? Forno è sempre stato un paese di artisti e merita un ingresso che lo ricordi, appunto, sostituendo i brutti e insignificanti geoblocchi con quelli che giacciono alle Jare. 109 mila euro di soldi nostri sono tanti per un dipinto destinato al macero quando la montagna è in sofferenza. Nessuna prevenzione in quei versanti aggrediti dal dissesto idrogeologico che minacciano la sicurezza dei residenti. Almeno una rete paramassi è d’obbligo per trattenere i sassi che quotidianamente cadono sulla carreggiata”. Insomma, le frane sono perenni e l’opera d’arte che giace alle Jare “venga utilizzata per abbellire il disastro di Forno”.
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“Premesso che il giardino di pertinenza della Scuola dell'Infanzia "Candia" ospita diverse alberature di alto fusto e dalle imponenti dimensioni, che necessitano di periodici e tempestivi interventi di manutenzione e potatura. Evidenziato che le elevate temperature e il forte stress termico registrati nel corso della stagione estiva, aumentano significativamente il rischio di cedimenti strutturali, schianti o distacchi improvvisi di rami, con potenziale pericolo per l'incolumità pubblica e, in particolare, dei piccoli frequentatori del plesso scolastico. Considerato che la caduta degli aghi di pino verso la pubblica strada causa frequentemente l'intasamento dei tombini e delle caditoie per il deflusso delle acque meteoriche, aumentando il rischio di allagamenti in caso di precipitazioni intense. Rilevato che i pini situati a margine della struttura hanno un apparato radicale affiorante che provoca l'innalzamento del manto stradale di via Candia, causa di avvallamenti insidiosi per i veicoli a due ruote, e particolarmente pericolosi per motociclisti e ciclisti, Posto che esiste un problema di area di sosta e parcheggio per il personale della scuola e i famigliari dei bambini che frequentano la scuola Materna. Chiediamo al sindaco e all’assessore quale sia il programma di interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, relativo alle potature e allo sfoltimento delle alberature presenti nel giardino della Scuola dell'Infanzia "Candia", che il soggetto gestore del Global Service RTI Consorzio Stabile CMF+AR.CO deve effettuare e, ad oggi, quali interventi sono stati fatti. Se siano state verificate o attivate procedure di controllo strumentale approfondito sullo stato di salute e di stabilità degli alberi mediante metodologia VTA (Visual Tree Assessment) per prevenire qualsiasi rischio di schianto prima dell'inizio del nuovo anno scolastico. Quali interventi e secondo quale tempistica l'Amministrazione intende attuare per il ripristino della sicurezza del manto stradale lesionato dalle radici, e la pulizia straordinaria di caditoie e tombini adiacenti al plesso. Come intende affrontare il tema parcheggio o area di sosta ad uso e servizio della scuola Materna per rispondere alle esigenze e problematiche in essere".
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